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Trump agita la Groenlandia e mette la Nato sotto ricatto

- di: Bruno Coletta
 
Trump agita la Groenlandia e mette la Nato sotto ricatto

Tra Artico, rotte e minerali, la partita che spacca l’Occidente: Washington alza la posta, Europa e Nuuk rispondono “cornice Nato”.

Il gelo non è solo meteorologico: l’Artico entra a gamba tesa nella crisi transatlantica. Donald Trump rilancia le ambizioni sulla Groenlandia e, nel farlo, porta la Nato dentro un aut-aut politico che fa tremare i pilastri dell’Alleanza. Il messaggio è brutale: se la partita groenlandese diventa il punto di rottura, anche la fedeltà ai meccanismi comuni può essere rimessa in discussione.

La retorica è quella che Trump ama: massimalista, iperbolica, calibrata per mettere l’interlocutore con le spalle al muro. "In un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia" è la frase-simbolo che torna come un ritornello. E subito dopo arriva l’argomento che trasforma una rivendicazione territoriale in una questione di “sicurezza”: "Se non la prendiamo noi, lo faranno Russia o Cina". Tradotto: non è un capriccio, è una necessità strategica.

Ma la Groenlandia non è un foglio bianco sulla mappa. È un territorio con istituzioni proprie, ampia autonomia e una cornice internazionale già scritta: fa parte del Regno di Danimarca, e la difesa, nella pratica e nel diritto politico, è agganciata alla dimensione atlantica. Da qui la replica più netta arrivata da Nuuk: nessun “controllo” esterno, nessuna scorciatoia bilaterale che scavalchi l’impianto collettivo. E soprattutto un concetto ripetuto con ostinazione: la sicurezza dell’isola va trattata “dentro” la Nato, non “contro” la Nato.

Nel mezzo c’è un punto che tutti conoscono e che raramente viene detto ad alta voce: la Nato senza gli Stati Uniti perde deterrenza, capacità e prontezza. È proprio su questo nervo scoperto che la pressione politica diventa efficace: se il garante principale mette in dubbio il patto, l’intero edificio rischia crepe strutturali. E l’Artico, con i suoi “ghiacci”, diventa metafora perfetta: solido in apparenza, instabile sotto.

Perché tanta ossessione per quel triangolo di mondo? Perché la Groenlandia è geografia che pesa come geopolitica: sta sulla traiettoria più breve tra Nord America ed Europa, sorveglia corridoi aerei e marittimi, e si trova al centro dell’evoluzione delle rotte artiche. Con il progressivo mutamento del ghiaccio marino, i passaggi settentrionali diventano più praticabili e, dunque, più contesi. E in parallelo cresce il valore delle risorse: dai minerali considerati “critici” alle prospettive energetiche, fino alle filiere che interessano tecnologie e difesa.

Poi c’è l’aspetto militare, quello che nelle cancellerie viene trattato con lessico tecnico ma produce conseguenze politiche enormi. In Groenlandia opera una presenza americana storica: la base oggi chiamata Pituffik Space Base (l’ex Thule), un avamposto cruciale per allerta e sorveglianza, soprattutto nel dominio spaziale e nell’early warning. È uno dei motivi per cui, quando si parla di “difesa artica”, non si parla mai solo di navi rompighiaccio: si parla di sensori, monitoraggio, capacità di risposta e, soprattutto, di catene di comando condivise.

È qui che entra la diplomazia del “contenimento” dell’Alleanza. Mark Rutte, segretario generale della Nato, tenta di disinnescare lo scontro evitando di trasformarlo in una resa dei conti pubblica tra alleati. Il suo perno è semplice: l’Artico è importante per tutti e proprio per questo serve un approccio collettivo. In altre parole: se esiste un rischio che Russia e Cina aumentino attività e presenza, la risposta non può essere una fuga in avanti, ma una regia comune.

La linea dura, invece, arriva da Bruxelles. Andrius Kubilius, commissario europeo alla Difesa, mette la questione in termini esistenziali: un’occupazione o un’azione militare americana sull’isola significherebbe la fine della Nato. Il ragionamento è lineare: un’azione armata contro un territorio legato a uno Stato membro cambierebbe la natura dell’Alleanza, trasformando il “noi” in un “contro”. E sullo sfondo compare anche l’architettura dei Trattati Ue: in caso di aggressione a un Paese membro, esiste un obbligo di assistenza che renderebbe il quadro ancora più esplosivo.

In questo gioco di nervi, l’Europa prova a non farsi trascinare nella sola indignazione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, richiama un principio che suona come una riga rossa politica: "La Groenlandia appartiene al suo popolo". E affianca alle parole un segnale di sostanza: più fondi, più presenza, più partenariato. Non è un “acquisto” mascherato, ma un modo per dire che l’Unione considera l’Artico un capitolo strategico, e che la stabilità si costruisce con investimenti e cooperazione, non con annunci di annessione.

Anche le capitali nazionali si muovono: Friedrich Merz, cancelliere tedesco, sceglie un registro pragmatico. Riconosce le preoccupazioni americane sulla protezione dell’area, ma le incanala in un “facciamo insieme”, con l’idea di migliorare sicurezza e capacità senza cambiare bandiere. È la posizione di chi vuole evitare due errori speculari: sottovalutare il dossier artico (perché lontano) o trasformarlo in una resa dei conti con Washington (perché pericolosa).

Sullo sfondo, Pechino risponde rivendicando legalità e cooperazione: "Le attività cinesi nell’Artico sono in linea con il diritto internazionale". Anche qui, la forma è diplomatica, la sostanza è competitiva: l’Artico non è più una periferia, è un teatro. E quando tre potenze si contendono un teatro, le alleanze non possono permettersi di litigare sulla scenografia.

Il punto politico, adesso, è capire quanto della pressione di Trump sia negoziazione e quanto sia disegno. Se l’obiettivo è “strappare” concessioni — commerciali, militari, infrastrutturali — l’Alleanza può ancora ricucire con formule creative e impegni condivisi. Se invece l’obiettivo è riscrivere la sovranità, il rischio è una frattura che nessun comunicato congiunto potrà mascherare. E la Groenlandia, da terra di ghiaccio, diventerebbe il termometro della febbre dell’Occidente.

Una cosa è già chiara: l’Artico non è più “altrove”. È un dossier centrale, con effetti immediati sulla credibilità della Nato, sull’autonomia strategica europea e sulla stabilità del Nord Atlantico. E ogni frase pronunciata in queste ore non resta nell’aria: cade come neve pesante, e lascia tracce.

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