L’Italia rialza la testa, ma non basta. Nel 2025 gli investimenti in startup e scaleup segnano un balzo del 32% e sfiorano 1,488 miliardi di euro, superando per il quinto anno consecutivo la soglia del miliardo. È un dato che fa notizia, perché racconta un mercato che prova a maturare, a strutturarsi, a diventare finalmente credibile. Ma la fotografia completa è più scomoda: mentre il venture capital italiano cresce, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna restano su un altro campionato, e il divario continua a pesare come un freno invisibile sull’innovazione.
Startup, Italia +32% nel 2025: 1,5 miliardi ma l’Europa corre più forte
A dirlo è l’EY Venture Capital Barometer, il report annuale di EY che monitora round e raccolta nel settore (un inciso: è la bussola che misura quanta finanza entra davvero nell’ecosistema startup). La crescita italiana è reale, ma arriva in un contesto in cui il capitale di rischio è ancora troppo poco rispetto al potenziale del Paese. Nel 2025, infatti, gli investimenti in venture capital valgono lo 0,07% del Pil, contro 0,22% della Francia, 0,15% della Germania e 0,16% della Spagna. Numeri freddi, ma decisivi: perché la competitività non si misura a slogan, si misura a flussi di capitale.
Pochi deal, molto denaro: il mercato si concentra
Il segnale più netto è la trasformazione della struttura del mercato. Nel 2025 i round chiusi sono 238, in calo rispetto ai 292 del 2024. Meno operazioni, quindi, ma più grandi. Il valore medio sale del 62%, da 3,9 milioni a 6,3 milioni: significa che il sistema sta premiando aziende più solide e progetti con maggiore trazione. Ma significa anche che l’Italia resta fragile sulle fasi iniziali, dove si costruisce il futuro, e dove spesso si decide se un’idea diventerà impresa o resterà soltanto un pitch.
Il dato simbolo è quello delle grandi operazioni: cinque società raccolgono complessivamente circa 700 milioni di euro. In cima ci sono Bending Spoons con 233 milioni, Exein con 170 milioni (in due round nello stesso anno) e AAVantgarde Bio con 122 milioni. Seguono NanoPhoria con 83 milioni e Generative Bionics con 70 milioni. È la conferma che il mercato italiano può attrarre capitali importanti, ma lo fa ancora in modo episodico, legato a poche eccellenze che emergono come isole in un arcipelago troppo disperso.
Deep tech e salute guidano la corsa, ma l’Italia non scala
Sul fronte dei settori, il 2025 premia l’innovazione “pesante”, quella che richiede competenze e ricerca. In testa il deep tech con 413 milioni e 47 round, seguito da health & life science con 357 milioni e 37 round, e software & digital services con 266 milioni. Insieme valgono oltre l’80% della raccolta totale. È una composizione che racconta una cosa chiara: i capitali cercano tecnologia ad alto valore e difendibilità, non solo piattaforme leggere.
Eppure il problema resta sempre lo stesso: l’Italia fatica a trasformare questa qualità in scala. Lo sottolinea Gianluca Galgano, head of venture and startup di EY Italia, parlando di un mercato più selettivo e strutturato, ma ancora incompleto. La sfida, ora, è generare più scaleup, costruire exit industriali e trattenere valore nel Paese. Perché se l’innovazione nasce qui ma cresce altrove, il sistema resta un vivaio che alimenta economie più aggressive.
Lombardia al top, Lazio cresce, Sud in affanno
Anche la geografia dei capitali conferma una polarizzazione netta. Il Nord guida la raccolta con 1.171 milioni di euro, trainato dalla Lombardia con 932 milioni, che da sola pesa oltre il 60% del totale nazionale e guida anche per numero di operazioni (113). Seguono a distanza Piemonte con 65 milioni e poi il Lazio con 222 milioni, che nel Centro Italia spinge la crescita. Il Sud, invece, arretra: un segnale che pesa, perché senza un ecosistema diffuso l’Italia rischia di restare un mercato a due velocità, dove l’innovazione è concentrata e fragile.
Italia cresce, ma in Europa resta in ritardo
Il confronto internazionale è la parte che fa più male. In Europa nel 2025 Francia raccoglie circa 6,3 miliardi, Germania 6,6 miliardi, il Regno Unito addirittura 18,4 miliardi, mentre la Spagna sale a 2,6 miliardi. E se guardiamo la metrica che conta davvero, cioè gli investimenti pro-capite, l’Italia arriva a 25 euro per abitante, in aumento rispetto ai 19 euro del 2024, ma lontanissima dai 95 euro della Francia, dai 78 euro della Germania, dai 55 euro della Spagna e dai 265 euro del Regno Unito. Tradotto: l’Italia cresce, sì, ma cresce da una base troppo bassa.
E allora la domanda è inevitabile: basta un +32% per dire che il Paese ha cambiato passo? Oppure siamo davanti a una ripartenza parziale, sostenuta da poche operazioni “grandi”, mentre il resto dell’ecosistema resta inchiodato?