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Scuola, busta paga più pesante: aumenti e arretrati al via

- di: Marta Giannoni
 
Scuola, busta paga più pesante: aumenti e arretrati al via
Scuola: aumenti e arretrati 2026 per docenti e ATA, cosa sapere

Tra cedolino di gennaio, emissione straordinaria e una tantum di febbraio: cosa cambia per docenti e ATA, e come orientarsi tra welfare e credito “in convenzione” senza cadere in trappole.

Gennaio 2026 si apre con una parola che, nella scuola, suona quasi rivoluzionaria: concretezza. Il rinnovo del CCNL 2022-2024 entra finalmente nel portafoglio, e lo fa su tre binari: aumenti strutturali visibili in busta paga, arretrati liquidati con procedura dedicata e, a febbraio, una una tantum separata. Tradotto: non un “bonus” una tantum e via, ma un riallineamento che incide mese dopo mese.

Il quadro di riferimento è il contratto firmato il 23 dicembre 2025 presso ARAN, che riguarda il comparto Istruzione e Ricerca. Dal punto di vista delle retribuzioni, i numeri chiave sono questi: aumenti medi mensili nell’ordine di circa 150 euro lordi per i docenti e circa 110 euro lordi per il personale ATA, con punte che arrivano fino a circa 185 euro lordi per i docenti e fino a circa 194 euro lordi per alcune figure ATA, a seconda di profili e anzianità.

Il primo segnale, per molti, è già sullo schermo: il cedolino di gennaio 2026 su NoiPA incorpora gli adeguamenti tabellari. In parallelo, gli arretrati legati al triennio contrattuale vengono corrisposti con un’emissione straordinaria: la logica è “una tantum di recupero” per quanto maturato, ma con un pagamento separato rispetto alla normale mensilità.

Nelle ricostruzioni disponibili in questi giorni, le medie indicate per gli arretrati si aggirano intorno a 1.948 euro per i docenti e 1.427 euro per gli ATA, mentre in diversi casi gli importi possono salire (sempre al lordo) anche oltre i 2.000 euro per i docenti, in funzione delle fasce e delle posizioni economiche. Attenzione: ogni storia fa partita a sé, perché qui contano anzianità, profilo, eventuali passaggi e ciò che è già stato anticipato in precedenza come indennità.

E poi c’è febbraio: sul cedolino arriva la una tantum prevista dal contratto, con importi lordi distinti per categoria. Le cifre più citate sono 111,70 euro lordi per il personale docente e 270,70 euro lordi per il personale ATA. È un capitolo che si somma al resto ma non sostituisce gli aumenti “stabili”: è, per così dire, il colpo di spugna contabile su una fase specifica del triennio.

Sul fronte politico, la narrazione istituzionale insiste sulla rapidità dell’operazione. Il Ministro Giuseppe Valditara ha rivendicato l’accelerazione dei pagamenti e l’avvio del percorso per il prossimo triennio contrattuale, in una linea che mira a evitare l’effetto “rincorsa eterna”: “Abbiamo mantenuto la promessa… pagare da gennaio aumenti e arretrati… Con una tempistica senza precedenti… abbiamo voluto attuare rapidamente il contratto”.

Ma il 2026 non è solo l’anno in cui si chiude un conto: è anche l’anno in cui si riapre il libro. Le procedure per il rinnovo 2025-2027 entrano in agenda, tra atto di indirizzo, tavoli e richieste sindacali. Il punto politico è semplice: se i tempi si allungano, l’inflazione fa il resto; se i tempi si accorciano, lo stipendio smette di arrivare “in ritardo storico” rispetto al costo della vita. In questi giorni, le organizzazioni e le testate specializzate discutono già di priorità possibili: valorizzazione delle professionalità, tutele, e meccanismi legati a incarichi e formazione, con posizioni e proposte che non sono sempre sovrapponibili.

Nel frattempo, mentre la contrattazione scalda i motori, nella quotidianità entra un altro elemento: il “pacchetto welfare” per il personale scolastico. Da tempo sono state attivate convenzioni e agevolazioni, con sconti dichiarati nell’ordine del 10%-30% su alcuni servizi, soprattutto nell’area trasporti e consumi, accessibili tramite canali dedicati al personale in servizio. Qui la regola d’oro è una sola: non fermarsi allo slogan “sconto fino a…”, ma verificare condizioni, finestre, codici e limitazioni reali.

È in questo incrocio – più stipendio, più arretrati, più offerte “per la categoria” – che spunta la domanda più delicata: che cosa succede se un insegnante o un collaboratore scolastico vuole finanziare una spesa importante? Ristrutturazione, auto, cure mediche, consolidamento debiti: l’elenco è quello della vita vera. E qui entrano in gioco due strumenti spesso confusi (a volte anche in modo interessato): cessione del quinto e delegazione di pagamento.

In parole semplici, la cessione del quinto è il prestito con rata trattenuta direttamente dallo stipendio entro un limite massimo tipicamente pari a un quinto della retribuzione netta. La delegazione di pagamento è un meccanismo “aggiuntivo” che può affiancarsi alla cessione, arrivando – in alcuni casi – a un trattenuto complessivo più alto (spesso si parla di “doppio quinto”). È una differenza non da poco: più rata significa anche più vincolo mensile, e quindi più rischio se cambiano le condizioni personali.

Il tema delle convenzioni nasce dal fatto che alcuni intermediari propongono condizioni dedicate ai dipendenti gestiti da NoiPA, con procedure e tassi presentati come “riservati”. Un esempio noto nel mercato è Prestitalia (Gruppo Intesa Sanpaolo), che indica l’adesione a una convenzione per delegazioni di pagamento collegata al sistema NoiPA/MEF e la possibilità per categorie come Scuola e Istituti di ricerca di accedere a condizioni specifiche. Questo non significa automaticamente “migliore per tutti”: significa che esiste un perimetro di regole, poi ogni offerta va letta riga per riga.

C’è anche un altro canale, diverso e spesso poco raccontato perché meno “pubblicitario”: il Piccolo prestito INPS per chi è iscritto alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, con durata breve e trattenuta su stipendio/pensione secondo regole dell’Istituto. È uno strumento che può risultare interessante in alcune situazioni (importi contenuti, bisogni familiari), ma richiede requisiti specifici e l’adesione alla Gestione.

In pratica, per chi valuta un finanziamento “in convenzione”, ci sono cinque controlli da fare prima di firmare: 1) guardare TAEG e non solo il tasso nominale; 2) verificare durata e costo totale del credito; 3) capire se si tratta di cessione o delegazione (o entrambe) e quanto pesa la rata sul netto; 4) controllare eventuali polizze, spese accessorie e condizioni di estinzione/rinnovo; 5) accertarsi che l’intermediario sia regolarmente abilitato e che la documentazione di trasparenza sia completa.

Un’ultima nota, che vale più di mille slogan: l’aumento contrattuale rende la busta paga più robusta, sì, ma non trasforma una rata in un dettaglio. Anzi, è proprio quando entra liquidità extra (arretrati, una tantum) che il mercato del credito alza il volume. L’alfabeto minimo resta quello di sempre: confronto tra offerte, lettura dei documenti e scelta compatibile con la propria stabilità, non con l’entusiasmo del momento.

Il 2026, insomma, si annuncia come un anno di “doppi binari”: pagamenti che arrivano e nuovi negoziati che partono. Per docenti e ATA la notizia è concreta: gli aumenti diventano base fissa, gli arretrati chiudono il conto con il passato, e la partita 2025-2027 si apre con la pressione – politica e sindacale – di non perdere altro tempo. Nel mezzo, welfare e credito: utili, talvolta convenienti, ma mai da prendere a occhi chiusi.

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