(Foto: Orazio Schillaci, ministro della Salute)
Come evidenzia l’indagine dell’Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) dell’Università Cattolica di Milano, l’Italia si trova in cima alla classifica europea per indice di vecchiaia, un dato che si accompagna all’aumento della prevalenza di patologie croniche: oltre il 40% della popolazione ne è affetto, con picchi dell’85% tra gli over 74. Come affermano Nicolò Geraci e Gilberto Turati, autori del report, questa trasformazione epidemiologica impone una revisione radicale della medicina territoriale, che richiede continuità, prossimità e una forte integrazione tra sanità e assistenza sociale.
Cure territoriali: un’esigenza riconosciuta, ma mai realizzata
Il report dell’Osservatorio CPI sottolinea che, nonostante il consenso diffuso sull’importanza della medicina di territorio, le riforme tentate dagli anni 2000 in avanti – dalla sperimentazione delle Case della Salute al Decreto Balduzzi – non hanno mai trovato piena attuazione, per carenze di risorse e resistenze sindacali. Geraci e Turati puntualizzano che le principali lacune emergono proprio nella medicina distrettuale e preventiva, come dimostrano i più recenti monitoraggi dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).
PNRR e Decreto 77: un nuovo modello organizzativo
Secondo Geraci e Turati, l’unico tentativo strutturato di riforma è quello avviato col PNRR e formalizzato dal DM 77/2022, che prevede la creazione di una rete capillare di Case della Comunità (CdC) e Ospedali di Comunità (OdC) come snodi fondamentali per le cure primarie. Le CdC dovrebbero offrire assistenza ambulatoriale, screening, servizi sociali e prestazioni a distanza, mentre gli OdC si occuperanno di pazienti con patologie minori o in fase di stabilizzazione, sgravando così ospedali e pronto soccorso.
Il nodo irrisolto: i medici di medicina generale
Come evidenzia il lavoro dell’Osservatorio CPI, i medici di base sono sempre meno e sempre più anziani: il 68% ha oltre 27 anni di servizio e il 77% è over 55. Inoltre, la professione soffre di scarsa attrattività per i neolaureati, a causa di un percorso formativo non universitario e di una crescente “burocratizzazione”. Secondo Geraci e Turati, la carenza di MMG (Medici di Medicina Generale) è aggravata da una distribuzione territoriale disomogenea e da modelli organizzativi inefficaci.
La riforma allo studio: verso la dipendenza pubblica?
Come segnala il report dell’Osservatorio CPI, il governo starebbe valutando una riforma radicale del ruolo dei MMG, prevedendo il passaggio dalla convenzione alla dipendenza per i nuovi medici e l’introduzione di una specializzazione universitaria. Secondo indiscrezioni, il progetto avrebbe il sostegno del Ministero della Salute e delle Regioni, ma incontra forti opposizioni da parte della categoria.
Una professione da ripensare, non da difendere
Come affermano Geraci e Turati, l’obiettivo della riforma non deve essere la tutela di uno status professionale, ma la costruzione di un sistema territoriale moderno capace di prendersi in carico i pazienti cronici. In questo senso, la dipendenza pubblica non sarebbe una forzatura ma una conseguenza naturale dell’integrazione tra sanità e assistenza e della necessità di nuovi professionisti formati con criteri diversi. La figura attuale del MMG, con contratto convenzionato e formazione extracurricolare, non appare più adeguata alla complessità crescente del sistema.