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L’Intervento / Salariati: i nuovi poveri

- di: Bruno Chiavazzo, giornalista e scrittore
 
L’Intervento / Salariati: i nuovi poveri
Mentre in tutte le Tv, pubbliche e private, anche quelle più sgangherate, si ciancia di geopolitica e di strategie militari con le stesse competenze con cui si parla di calcio, i numeri veri che riguardano le condizioni di vita degli italiani restano ad ammuffire nelle brevi di cronaca.
Il Rapporto Mondiale sui Salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha diffuso i dati relativi alle condizioni salariali nel nostro Paese. I salari reali in Italia sono inferiori di 8,7 punti rispetto a quelli del 2008: ci distinguiamo per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo. La crescita dei salari reali che si è verificata nel 2024 non è stata sufficiente a compensare le perdite subite durante il periodo di alta inflazione.
"È il risultato peggiore tra i Paesi del G20", ha detto Giulia De Lazzari, specialista in politiche salariali del Dipartimento dell’OIL, sulle condizioni di lavoro e l’uguaglianza.
Secondo il rapporto, nel nostro Paese si registra anche un divario salariale di genere pari al 9,3%. Se si guarda al salario nel complesso, il divario si modifica ulteriormente perché, in media, le donne lavorano meno ore. Considerando la situazione dei migranti dipendenti, questi guadagnano in media il 26,3% in meno dei lavoratori nazionali. Alla faccia dell’uguaglianza.
Tradotto: più si lavora e meno si guadagna. Senza contare che le tasse le pagano quasi solo i lavoratori dipendenti e i pensionati, con le trattenute alla fonte, come sappiamo bene. Come dire: cornuti e mazziati.
Dove trovare lo spazio per far crescere gli stipendi senza generare tensioni sui prezzi? La risposta arriva dalla stessa OCSE: tocca alle aziende, che hanno accumulato buoni profitti scaricando a valle gli incrementi di costi subiti con l’inflazione (e, nel caso dell’export italiano, guadagnando così in competitività), assorbire l’aumento degli stipendi senza toccare i listini.
La stessa indicazione – ovviamente inascoltata – è venuta anche dal Governatore della Banca d’Italia: “In molti Paesi c’è ancora spazio perché i profitti assorbano ulteriori aumenti dei salari”.
Difendere il potere d’acquisto dei salari era una volta compito dei sindacati e della sinistra, due entità che oggi appaiono impegnate in altre faccende. Vanno in piazza per difendere la pace, come se dipendesse da loro; partecipano ai talk-show facendo la faccia feroce, ma nelle fabbriche e negli uffici sono assenti.
Esiste ormai una sorta di “nomenclatura” che si autoriproduce per partenogenesi. Gli operai, gli impiegati, gli stessi pensionati sono, a seconda dei casi, buoni solo a pagare la quota tessera (trattenuta direttamente sullo stipendio o sulla pensione) o a recarsi alle urne per votare qualcuno nelle liste scelte dai” “capataz” di partito.
È questa la dura e triste realtà. Quando qualcosa se ne va, la natura non lascia vuoti. Ed ecco spiegato il governo Meloni.

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