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Parlamento spinto dal Governo: i numeri che ridisegnano la democrazia

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Parlamento spinto dal Governo: i numeri che ridisegnano la democrazia

C’è un’Italia che si racconta ancora come una democrazia parlamentare “pura”, con l’Aula al centro e i governi di passaggio. E poi c’è l’Italia che emerge dai dati: un sistema dove la politica corre, spesso per decreto, e il Parlamento lavora ma insegue. Non è un giudizio ideologico. È un cambio di baricentro che si misura in cifre, tempi e procedure. E quando i numeri parlano, fanno più rumore di qualsiasi polemica.

Parlamento spinto dal Governo: i numeri che ridisegnano la democrazia

Secondo OpenParlamento, nel corso della legislatura sono state approvate 224 leggi. Un dato che, letto da solo, potrebbe suggerire un’attività intensa. Ma la domanda vera è un’altra: chi firma davvero la produzione normativa? Perché dietro l’etichetta “legge dello Stato” non c’è sempre la stessa origine politica. E infatti, tra quelle 224 leggi, 164 arrivano dal Governo e solo 60 dal Parlamento. Il rapporto è netto. E racconta un Parlamento che resta il luogo della decisione finale, ma sempre più spesso non è il luogo dove la decisione nasce.

Chi fa le leggi: la spinta dell’esecutivo
Il Parlamento è l’organo che approva le leggi, ma l’iniziativa normativa può arrivare anche dal Governo, dai consigli regionali, dal Cnel o dai cittadini. Nella pratica, però, la spinta principale è quasi sempre dell’esecutivo. Il dato OpenParlamento fotografa un predominio che non è episodico ma strutturale: il Governo porta a casa quasi tre leggi su quattro. Non è solo un tema di forza numerica della maggioranza. È il segno di un meccanismo che premia chi ha la regia e le leve per imporre un’agenda.

E qui entra in gioco un elemento che spiega molto: la velocità. Perché non tutte le leggi hanno lo stesso percorso. Un disegno di legge del Governo impiega mediamente 177 giorni per diventare legge. Un disegno di legge del Parlamento ne impiega 478. Quasi tre volte tanto. Il che significa che il Parlamento non è soltanto “meno produttivo”: è anche più lento, più esposto alle frizioni interne, più vulnerabile ai cambiamenti di priorità.

Tempi e lentezze: la politica del rinvio
Quando un ddl parlamentare impiega in media 478 giorni, non è soltanto un problema di calendario. È un problema di capacità decisionale. In quel tempo, cambiano le emergenze, cambiano gli equilibri, cambiano le convenienze. E spesso cambiano anche le maggioranze interne, gli umori dei gruppi, la pressione dell’opinione pubblica. Il risultato è che la legge parlamentare, per sua natura, vive più a lungo in un’area grigia: quella in cui si discute, si rinvia, si riscrive.

Basta guardare alcuni casi di durata record: 1113 giorni per il ddl sulle modifiche in materia di contrasto del bracconaggio ittico nelle acque interne, 1067 giorni per la legge quadro sugli interporti, 1018 giorni per “Mappa e viaggi della memoria”. Tempi che assomigliano a una legislatura parallela, fatta di attese, passaggi e ripartenze. E qui la colpa non è mai di uno solo: è un sistema che si incarta su sé stesso, mentre fuori la realtà corre.

Decreti legge e fiducie: l’Italia dell’urgenza permanente
L’altra faccia della lentezza parlamentare è l’urgenza governativa. OpenParlamento registra 118 decreti legge complessivi, di cui 102 diventati legge, 4 in conversione e 12 scaduti. È un numero che dice molto della temperatura politica del Paese: si governa spesso con strumenti pensati per “casi straordinari di necessità e urgenza”. Eppure, la loro frequenza racconta che l’eccezione tende a diventare regola.
Non solo. Il tempo medio tra l’annuncio in Consiglio dei ministri e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è di 4,8 giorni. In pratica, un decreto nasce e prende forma quasi immediatamente. È la politica della rapidità: si decide, si firma, si pubblica. Poi il Parlamento deve convertire entro 60 giorni, spesso con margini stretti e discussioni compresse.

E dentro questo schema si inseriscono le “storture” segnalate da OpenParlamento: decreti “minotauro” (quando inglobano altri contenuti), “omnibus” (quando mettono insieme materie diverse) e “salvo intese” (quando il testo viene definito dopo). I numeri parlano: 11 minotauro, 51 omnibus, 1 salvo intese. È la fotografia di un Paese che, per far funzionare la macchina, accetta scorciatoie e accorpamenti.
A completare il quadro c’è lo strumento più politico di tutti: la fiducia. Alla Camera i voti di fiducia sono 59, al Senato 47. Quando la fiducia entra in scena, il Parlamento non discute più il merito con la stessa libertà: sceglie se sostenere o no il Governo. E se l’obiettivo è evitare una crisi, il voto diventa spesso una formalità. Alcune leggi arrivano addirittura con doppio voto di fiducia, come la conversione del decreto Pnrr sexies, il decreto sulle strutture in Albania e quello sul reclutamento Pa.

Alla fine, la domanda non è se il Parlamento lavori. La domanda è se lavori nel modo per cui è nato: come luogo centrale della democrazia. I numeri dicono che la legislazione si sta spostando verso il Governo, mentre l’Aula si ritrova a ratificare, convertire, accelerare. Non è una condanna. È una trasformazione. Ma è una trasformazione che pesa, perché cambia il senso della rappresentanza.
E se la politica continua a vivere di urgenze, decreti e fiducie, il rischio non è solo istituzionale. È sociale: un Paese che vede la democrazia come un passaggio tecnico, non come un confronto reale, finisce per perdere fiducia nella politica stessa. E allora il problema non è più chi vince e chi perde. È chi decide davvero.

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