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New York, fuga di imprese: 8.400 chiusure in tre mesi

- di: Bruno Legni
 
New York, fuga di imprese: 8.400 chiusure in tre mesi

Tra affitti, costi “invisibili” e consumi che cambiano, New York City scopre il suo lato più fragile: meno nuove aperture, più serrande abbassate. E la politica corre per non restare indietro.

È un numero che pesa più di una statistica: circa 8.400 attività chiuse in tre mesi, a fronte di poco più di 3.500 nuove aperture. Tradotto: un saldo netto di –4.900 imprese nel secondo trimestre 2025, il punto più basso degli ultimi cinque anni per la “formazione” netta di nuove attività. A fotografare il colpo è un report della New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), che mette nero su bianco ciò che molti quartieri raccontano già con le vetrine spente: la ripresa post-pandemia, qui, non è una linea retta.

Il dato non è soltanto “quante imprese muoiono” ma anche quante riescono a nascere: se le nuove iniziative rallentano, l’ecosistema perde ossigeno. E in una città dove ogni isolato è un micro-mercato, la frenata si vede soprattutto dove l’economia urbana vive di flussi continui: i distretti commerciali e direzionali, da Midtown Manhattan al Financial District. Quando la rotazione si inceppa, l’effetto domino è immediato: meno negozi, meno servizi, meno “motivi” per frequentare certe strade oltre l’orario d’ufficio.

A rendere il quadro più nervoso c’è il lavoro. Nel 2025 la crescita occupazionale è stata selettiva e disomogenea, con settori in affanno e altri (come sanità e servizi sociali) più resilienti. In parallelo, alcuni indicatori fiscali hanno mostrato segnali di raffreddamento: quando le entrate legate all’attività d’impresa rallentano, spesso la città lo scopre prima nei versamenti che nei discorsi.

Poi ci sono i fattori “da marciapiede”, quelli che gli esercenti descrivono senza grafici: affitti commerciali difficili da sostenere, assicurazioni e costi operativi in aumento, una burocrazia che si somma come un interesse composto. E, sullo sfondo, l’incertezza che arriva dall’economia nazionale e internazionale: prezzi, catene di fornitura e l’ombra dei dazi che torna a condizionare margini e listini. In una città dove la concorrenza è spietata anche nei giorni “buoni”, basta poco per trasformare un trimestre in un’uscita di scena.

Il paradosso newyorkese è che alcune metriche immobiliari raccontano una Manhattan che corre — soprattutto negli uffici “premium” — mentre a livello strada il commercio fa più fatica a riempire i vuoti, e spesso lo fa cambiando pelle: più ristorazione, servizi, palestre e attività “esperienziali”, meno retail tradizionale. È una trasformazione che può rendere più viva una zona, ma che non sempre sostituisce, in valore e stabilità, la rete di piccoli negozi che per decenni ha fatto da spina dorsale ai quartieri.

Dentro questo scenario si inserisce la sfida del nuovo sindaco Zohran Mamdani, che ha scelto di partire da un messaggio semplice: alleggerire il peso amministrativo su chi prova a tenere aperta una serranda. Con l’Executive Order 11, la città avvia un inventario di fees e penalità civili che colpiscono le piccole imprese, chiedendo a più agenzie di mappare, valutare e proporre tagli o semplificazioni. “You cannot tell the story of New York without our small businesses.” è la frase-simbolo scelta dal sindaco nel presentare l’ordine esecutivo, mentre la vice-sindaca per la giustizia economica Julie Su ha insistito sull’idea di considerare i piccoli imprenditori “partner” e non spettatori.

La strategia, in sostanza, prova a togliere attrito. Perché se l’affitto è la montagna, le multe e i costi burocratici sono spesso la ghiaia che ti fa scivolare: non ti uccide da sola, ma ti impedisce di risalire. L’ordine prevede tappe e scadenze (inventari, valutazioni, proposte) e arriva mentre nel dibattito politico continua a riaffacciarsi il tema degli affitti commerciali per le piccole attività: un terreno scivoloso, dove ogni intervento produce vincitori e vinti.

Ma la domanda vera è: basterà? Perché il dato del trimestre non è un incidente isolato: è un segnale che la creazione d’impresa si è indebolita proprio quando la città avrebbe bisogno dell’opposto, cioè di nuove aperture capaci di assorbire spazi, generare lavoro e rammendare le strade. E la pressione è doppia: da un lato i residenti chiedono servizi di prossimità e prezzi accessibili, dall’altro i costi fissi spingono fuori mercato chi non ha volumi da catena o capitali da fondo.

La partita, quindi, non è soltanto economica: è urbana. Se New York City perde la sua “densità” di imprese piccole e medie, perde anche una parte della sua identità — quella fatta di botteghe, bar di quartiere, negozi specializzati, servizi minuti che tengono insieme comunità e sicurezza percepita. Il prossimo test sarà capire se alle misure anti-burocrazia seguiranno interventi più strutturali su affitti, accesso al credito, rigenerazione dei corridoi commerciali e costi di esercizio. Perché una metropoli può permettersi grattacieli pieni: ma non può permettersi strade vuote.

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