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Governo commissaria 4 Regioni sulla rete scolastica: scontro totale

- di: Jole Rosati
 
Governo commissaria 4 Regioni sulla rete scolastica: scontro totale

Pnrr, sentenze e “tagli” di autonomie: cosa cambia davvero mentre partono le iscrizioni 2026/27.

(Foto: Giuseppe Valditara, ministro all’Istruzione).

Il braccio di ferro sulla scuola si è trasformato in un atto formale pesantissimo: il Consiglio dei ministri ha deciso il commissariamento di quattro Regioni – Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna – perché i rispettivi piani di dimensionamento scolastico per il 2026/27 non risultano approvati nei tempi fissati. Una mossa che il Governo presenta come “obbligata” per blindare gli impegni del Pnrr, e che l’opposizione descrive come un’operazione tutta politica, destinata a colpire territori e aree interne già fragili.

Il paradosso è servito su un piatto rovente: proprio mentre si apre la finestra decisiva per le iscrizioni al nuovo anno scolastico, esplode una battaglia su numeri, autonomie e governance che rischia di far perdere di vista l’essenziale. Il punto, infatti, non è una “serrata” di scuole: il dimensionamento riguarda soprattutto l’assetto amministrativo – quante autonomie scolastiche, quanti dirigenti, quante segreterie – e non la chiusura automatica dei plessi. Ma è una di quelle partite che, quando si gioca sui territori, non resta mai solo una questione di organigrammi.

A mettere la firma politica sull’operazione è il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che rivendica la necessità di garantire regole uguali per tutti e tempi compatibili con le procedure nazionali: “Si tratta di un provvedimento necessario per assicurare il rispetto degli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Pnrr e per garantire il regolare avvio del prossimo anno scolastico”. Il Governo sottolinea di aver concesso proroghe e di aver provato la strada della collaborazione istituzionale, ma di non aver ottenuto le “formalizzazioni” richieste.

Dall’altra parte, la reazione è stata immediata e corale. Il Partito Democratico parla di una scelta che riduce la scuola a una sottrazione aritmetica, ignorando geografia e contesto sociale. E anche il Movimento 5 Stelle si allinea alle critiche: commissariare, dicono, è un segnale di rigidità politica prima ancora che amministrativa. Il tema che unisce le proteste è sempre lo stesso: se tagli un’autonomia, non stai spostando solo una casella su un foglio Excel, stai cambiando – spesso in peggio – la capacità di una scuola di governare i propri servizi in territori complessi.

La fotografia più nitida arriva dalle parole di chi guida le Regioni coinvolte. La presidente dell’Umbria, Stefania Proietti, mette il dito su un nervo scoperto: “Non si possono tagliare le autonomie scolastiche… si insiste su situazioni già deboli a livello di popolazione e si alimenta un senso di sfiducia”. In Emilia-Romagna il presidente Michele de Pascale rivendica una rete considerata efficiente e “virtuosa” rispetto ai parametri, ma denuncia l’imposizione di ulteriori riduzioni: “Ci viene imposto un ulteriore taglio di 17 autonomie… difendere la scuola pubblica è una scelta morale”. In Sardegna l’assessora all’Istruzione Ilaria Portas ricorda che la regione ha già accorpato molte autonomie negli ultimi anni e considera un altro giro di vite un colpo potenzialmente “deleterio”.

Ma cos’è davvero questo dimensionamento che incendia i palazzi? In sintesi: è la riorganizzazione della rete scolastica e delle autonomie, collegata al calo della popolazione studentesca e ai criteri nazionali su quante istituzioni possano esistere in ogni regione. In questi anni, al centro della discussione ci sono soglie e parametri medi di riferimento, con correttivi transitori e adattamenti territoriali: numeri che, tradotti nella vita quotidiana, incidono su dirigenze, segreterie, gestione e continuità amministrativa.

È qui che entra in scena il convitato di pietra: il Pnrr. Il Governo sostiene che il mancato rispetto della riforma mette a rischio risorse e obiettivi concordati con Bruxelles. Le Regioni ribattono che la scuola non è un’azienda da ridimensionare in serie, perché tra città e aree interne cambia tutto: trasporti, distanze, servizi, perfino la “tenuta” delle comunità. E la parola che torna come un refrain è reggenza: quando un dirigente guida più scuole, aumenta la pressione gestionale e diminuisce la presenza stabile, soprattutto nei contesti difficili.

Il commissariamento, tecnicamente, significa questo: arriva un commissario ad acta incaricato di compiere gli atti necessari al posto dell’ente che, secondo il Governo, non ha rispettato tempi e procedure. Non è una “sfiducia” generale alla Regione, ma un intervento mirato su un dossier specifico, con l’obiettivo di chiudere il piano di dimensionamento per l’anno scolastico successivo. È una procedura straordinaria, certo, e proprio per questo politicamente rumorosa: perché certifica che la mediazione non ha retto.

A rendere la partita ancora più scivolosa c’è una lunga scia di ricorsi e sentenze. Negli ultimi anni il tema è finito più volte davanti ai giudici amministrativi e, soprattutto, alla Corte costituzionale. La Consulta, in più pronunce, ha richiamato la necessità di una cooperazione tra livelli istituzionali e ha riconosciuto la cornice nazionale della riorganizzazione della rete scolastica. Nel dibattito pubblico sono state richiamate, tra le altre, pronunce depositate tra il 2023 e il 2025, considerate rilevanti per il riparto di competenze e per la legittimità dell’impianto generale.

In questo quadro, la politica si muove su due piani che spesso si sovrappongono. Da un lato, la narrazione “di sistema”: conti pubblici, parametri, impegni europei, catena di comando, calendario amministrativo. Dall’altro, la narrazione “di comunità”: scuole che sono presìdi civici, territori spopolati, distanze, servizi. Il risultato è un conflitto in cui entrambi possono rivendicare una parte di verità, ma che rischia di scaricarsi sulle spalle di famiglie e istituti proprio nel momento più delicato dell’anno.

Ed eccoci all’altra notizia che corre in parallelo e interessa direttamente genitori e studenti: le iscrizioni per l’anno scolastico 2026/27 aprono il 13 gennaio 2026 e si chiudono il 14 febbraio 2026. Per molte famiglie la procedura passa dalla piattaforma Unica, con credenziali digitali, e riguarda le classi prime dei diversi cicli. Il calendario torna centrale perché il dimensionamento incrocia tempi e scelte: l’offerta formativa deve essere chiara, e le iscrizioni non possono finire ostaggio di un contenzioso infinito.

Cosa cambia, quindi, “domani mattina” per chi deve iscrivere un figlio? Nella maggior parte dei casi, nulla sul piano pratico immediato: le scuole restano aperte, le iscrizioni partono, e l’identità del singolo plesso non scompare per un accorpamento amministrativo. Ma sullo sfondo può cambiare la gestione: una scuola accorpata può avere una dirigenza condivisa, una segreteria riorganizzata, un nuovo “baricentro” amministrativo. E quando il baricentro si sposta, a volte si spostano anche priorità e servizi percepiti.

Per questo, nelle Regioni commissariate, la tensione è altissima: la scuola è uno dei terreni dove la politica paga subito dazio, perché ogni decisione ha un volto e un indirizzo. È anche il motivo per cui le amministrazioni locali insistono sulle “peculiarità” – montagne, isole, aree interne, comuni piccoli – e chiedono criteri più elastici. Il Governo, invece, teme l’effetto domino: se ogni Regione si ritaglia una deroga, la riforma si sbriciola e con essa la credibilità dell’impianto Pnrr.

Il punto politico, in filigrana, è ancora più netto: la scelta di commissariare quattro Regioni guidate dal centrosinistra viene letta dalle opposizioni come un segnale di contrapposizione istituzionale. Il Governo respinge l’accusa e rivendica che la misura riguarda esclusivamente l’inadempienza procedurale. Ma, come spesso accade, la linea tra atto tecnico e messaggio politico è sottilissima: basta il contesto per farla sparire.

Ora la domanda è una sola: quanto rapidamente il commissario chiuderà i piani e con quale grado di ascolto dei territori. Perché il vero banco di prova non è il timbro, ma l’effetto: se il dimensionamento sarà percepito come una riorganizzazione “cieca”, lo scontro continuerà nelle aule dei tribunali e nelle piazze. Se invece si riuscirà a tenere insieme parametri nazionali e specificità locali, questa crisi potrebbe diventare – paradossalmente – un punto di ripartenza per una discussione più adulta sulla scuola che verrà, in un Paese che invecchia e dove gli studenti diminuiscono, ma le disuguaglianze territoriali restano ostinatamente vive.

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