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Gaza, al via la fase 2 del piano Trump: “governo tecnico” e lista dei “15”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Gaza, al via la fase 2 del piano Trump: “governo tecnico” e lista dei “15”

La guerra a Gaza entra in un nuovo capitolo e lo fa con un lessico che, come spesso accade in Medio Oriente, prova a rendere ordinabile ciò che resta irrisolto. Parte la fase 2 del piano Trump, mentre sul terreno la tregua continua a essere instabile, fragile, esposta a scosse improvvise. La diplomazia parla di passaggi, di cornici, di transizioni. Ma Gaza, oggi, è soprattutto un territorio dove la politica è diventata amministrazione dell’emergenza e la sopravvivenza quotidiana è il vero confine.

Gaza, al via la fase 2 del piano Trump: “governo tecnico” e lista dei “15”

Il punto più delicato è l’accordo sul “governo tecnico”, accompagnato dalla cosiddetta lista dei “15”. Parole che suonano neutrali, quasi rassicuranti, ma che in realtà aprono una questione essenziale: chi governa Gaza dopo la guerra, con quale legittimità, sotto quale controllo e con quali margini reali di decisione. In questa regione, nulla è davvero tecnico. Anche la burocrazia è un atto politico.

Fase 2: tregua fragile, potere blindato
L’avvio della seconda fase arriva mentre la tregua resta un equilibrio precario, fatto di annunci e sospetti, di corridoi umanitari e pressioni militari. La fase 2 viene presentata come una stabilizzazione, ma rischia di assomigliare più a una gestione che a una soluzione. Perché Gaza non è un dossier da chiudere con una firma: è un luogo dove ogni scelta istituzionale diventa immediatamente una scelta di campo.
Il problema non è solo la ricostruzione materiale, che pure è enorme. Il problema è il potere: chi controlla i confini, chi controlla la sicurezza, chi controlla i flussi economici, chi decide l’accesso alle risorse. In questo quadro, parlare di transizione significa spesso parlare di un potere blindato, disegnato altrove, con l’obiettivo di evitare un collasso totale che travolga anche gli equilibri regionali.
Ecco perché la “fase 2” del piano Trump appare come un passaggio di architettura politica: non una pace, ma una cornice. Non un finale, ma un tentativo di contenere l’incendio.

“Governo tecnico”: neutralità apparente, partita politica reale
L’accordo sul “governo tecnico” viene descritto come un compromesso pratico. Ma la neutralità, a Gaza, è spesso un’illusione. Un governo tecnico non nasce in un vuoto istituzionale: nasce dentro una griglia di interessi, di pressioni e di condizioni imposte. E in Medio Oriente, le formule tecniche servono spesso a evitare le parole più esplosive: rappresentanza, sovranità, elezioni.
Un esecutivo tecnico può diventare la soluzione per governare senza riconoscere davvero un’autorità politica piena. Può essere la scorciatoia per dire: amministriamo, ma non legittimiamo. E questa distinzione, sul terreno, pesa come un macigno. Perché Gaza non è soltanto un territorio da “tenere in ordine”: è una comunità che vive tra macerie fisiche e macerie politiche.
Il rischio è che il governo tecnico diventi una stanza di compensazione tra attori esterni, più che uno strumento di ricostruzione interna. Un equilibrio costruito per durare abbastanza da non far saltare i tavoli, ma non abbastanza da cambiare davvero la storia.

La lista dei “15”: selezione, perimetro, controllo
Poi c’è la lista dei “15”, un dettaglio che non è affatto secondario. Anche qui, il linguaggio è rivelatore: si parla di lista, non di voto; di nomi, non di consenso; di selezione, non di partecipazione. E una lista, in questo contesto, non è mai neutra. È un perimetro, una scelta, un filtro. Chi entra e chi resta fuori definisce il futuro più di molte dichiarazioni ufficiali.
Perché la governance, a Gaza, non può essere solo amministrazione: è legittimità. E senza legittimità, ogni struttura è fragile, esposta al rifiuto, alla contestazione, alla pressione delle fazioni e alla sfiducia della popolazione. La politica, qui, si misura con la memoria e con il trauma. Con la rabbia e con la fame. Con la percezione che tutto sia stato deciso altrove.

Il rischio: amministrare la crisi, congelare il conflitto
La fase 2 del piano Trump, con il suo lessico ordinato e le sue formule “tecniche”, rischia di trasformarsi nell’ennesimo tentativo di amministrare la crisi invece di risolverla. Perché un conflitto non finisce quando si crea un organigramma: finisce quando esiste un futuro credibile.
Il nodo resta sempre lo stesso: sicurezza per Israele, sopravvivenza per i palestinesi, equilibrio per gli Stati arabi, credibilità per gli Stati Uniti. Ma Gaza resta al centro di questa partita come un territorio sospeso, dove la diplomazia parla di transizione mentre la realtà parla di precarietà.
E allora la domanda, sotto la patina del “governo tecnico”, è brutale: si sta costruendo una strada verso la stabilità o si sta congelando il conflitto in una forma diversa, più lenta e più silenziosa? In Medio Oriente, il congelamento non è mai neutralità. È solo un’altra fase della guerra.

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