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Cresce l’Italia che fa impresa: picco nel II trimestre

- di: Marta Giannoni
 
Cresce l’Italia che fa impresa: picco nel II trimestre

Nel secondo trimestre saldo positivo di 32.800 aziende. Boom di società di capitali e servizi tecnici, costruzioni in testa. Il Lazio guida la classifica regionale, Puglia e Lombardia in rincorsa. Segnali di consolidamento strutturale, ma il Mezzogiorno resta fragile.

(Foto: Andrea Prete, presidente di Unioncamere).

La nuova primavera dell’imprenditoria italiana

C’è una nuova energia che attraversa l’Italia produttiva. Tra aprile e giugno 2025 sono nate nel Paese oltre 80 mila nuove imprese, con un saldo netto di +32.800 attività attive. È il miglior risultato registrato in un secondo trimestre negli ultimi cinque anni, un segnale inequivocabile che la vitalità imprenditoriale sta tornando protagonista, nonostante le incertezze legate ai mercati internazionali, all’inflazione strutturale e al clima geopolitico instabile. I dati sono quelli di Movimprese, diffusi da Unioncamere e Infocamere.

Il tasso di crescita dello 0,56% supera il dato del secondo trimestre 2024 (+0,50%) e porta lo stock complessivo delle imprese italiane a quota 5,88 milioni. A sorprendere non è solo la quantità, ma anche la qualità del tessuto produttivo che si sta ridefinendo.

Un’Italia a due velocità, ma il Centro accelera

Il Centro Italia si conferma la locomotiva dell’espansione imprenditoriale: con un tasso di crescita dello 0,62% batte tutte le altre macro-aree del Paese. In particolare, il Lazio segna la performance migliore, con 4.679 imprese in più rispetto al trimestre precedente e una variazione positiva dello 0,79%. “Roma sta tornando ad attrarre attività legate ai servizi avanzati, alla consulenza e al digitale”, spiegano da CNA Lazio, segnalando anche un aumento delle iniziative giovanili e femminili.

Al Nord la Lombardia continua a dettare legge in termini assoluti: è la prima regione per numero di imprese registrate (948.382) e mostra un saldo attivo di 6.180 unità nel trimestre (+0,66%). Anche il Nord-Est tiene il passo con 5.641 nuove attività e un incremento dello 0,51%. La Puglia emerge nel Mezzogiorno come regione virtuosa (+2.508 unità, +0,67%), mentre Sicilia e Campania crescono sotto la media nazionale. Il divario territoriale resta ampio e strutturale, ma in alcune aree emergono segnali di inversione.

Società di capitali superstar, arretrano le società di persone

Il cambiamento più rilevante avviene nella forma giuridica scelta: cresce vertiginosamente il modello delle società di capitali, che segna un saldo attivo di 19.985 unità, pari a una variazione dell’1,03%. Oltre il 60% dell’incremento complessivo è dovuto a imprese più strutturate, spesso con un’anima digitale e vocazione all’internazionalizzazione.

Il boom delle srl è legato anche all’attrattività del nuovo regime fiscale per startup e micro-imprese innovative, introdotto a inizio anno. Al contrario, le società di persone arretrano (-290 unità, -0,04%), mentre le ditte individuali — pur restando le più numerose, con 2,94 milioni di unità — mostrano una crescita contenuta (+0,43%).

Costruzioni e servizi guidano la ripresa

A spingere la ripartenza sono soprattutto i comparti legati al territorio e al capitale umano. Il settore delle costruzioni, barometro dell’economia reale, registra il saldo positivo più alto: +5.448 imprese. Seguono la ristorazione e l’accoglienza (+4.595 unità), segno che il turismo estivo e la ripresa della mobilità internazionale stanno lasciando un’impronta concreta.

Molto dinamici anche i servizi professionali, scientifici e tecnici (+3.368, pari a +1,31%), in particolare tra consulenti ambientali, esperti in ingegneria informatica e professionisti della sicurezza del lavoro. In forte crescita anche comparti finora di nicchia: +1,62% per le attività finanziarie e assicurative (+2.298 imprese), +1,55% per la fornitura di energia e gas (+225) e +1,45% per l’istruzione privata (+528). Si tratta di settori che rispondono a nuove esigenze sociali: transizione ecologica, inclusione formativa, protezione del risparmio.

Un ecosistema che si evolve: meno imprese “usa e getta”

La tenuta del tessuto imprenditoriale si misura anche nel calo delle cessazioni: 47.405 imprese hanno chiuso nel secondo trimestre 2025, quasi mille in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Scende anche il tasso di mortalità delle imprese nei primi due anni di vita.

Le start-up nate tra il 2022 e il 2023 mostrano oggi una sopravvivenza del 78% a due anni, contro il 72% medio del triennio precedente. Una tendenza che riflette una maggiore consapevolezza progettuale, accesso alla consulenza digitale e più strumenti di finanza agevolata.

Sfide aperte e nodi strutturali

Se il quadro generale appare positivo, le criticità non mancano. Il saldo di crescita resta concentrato in alcune regioni e settori, mentre il tasso di natalità imprenditoriale nelle aree interne e nei territori montani continua a calare. La quota di imprese giovanili (guidate da under 35) è ferma al 7,8%, in linea con il 2024, segno che la pressione demografica e l’incertezza previdenziale scoraggiano l’iniziativa tra i più giovani.

Confartigianato chiede “una fiscalità differenziata per i territori svantaggiati e un rafforzamento dei voucher digitali per l’artigianato 4.0”. Unioncamere, invece, punta sulla formazione imprenditoriale nelle scuole superiori e negli ITS.

Un rimbalzo che chiede politiche lungimiranti

Il secondo trimestre 2025 segna un punto di svolta per l’Italia produttiva, con un saldo netto di imprese che non si vedeva da anni. Ma la vitalità non basta senza visione: servono politiche strutturali, investimenti territoriali e una strategia industriale coerente con le transizioni ecologica e digitale.

Come ha dichiarato Andrea Prete, presidente di Unioncamere: “Le imprese italiane stanno dando prova di resilienza e voglia di fare. Ora tocca alla politica creare le condizioni perché questa energia non si disperda, ma diventi sviluppo duraturo”.

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