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Banche, tassa sui buyback in arrivo? Tensioni istituzionali

- di: Bruno Coletta
 
Banche, tassa sui buyback in arrivo? Tensioni istituzionali
Tassa sui buyback: banche, salari e tensioni istituzionali
Un “pizzicotto” fiscale che accende i riflettori

Il governo sta valutando l’introduzione di una tassa mirata sui buyback, ovvero sui riacquisti di azioni proprie da parte delle imprese, come potenziale “piano B” fiscale, parallelo alla tassa sugli extra profitti bancari ormai poco praticabile dati i margini in contrazione.

Esempi internazionali che illuminano il dibattito

Stati Uniti: dal 2023 esiste un prelievo dell’1% sul valore di mercato dei buyback. Alcune eccezioni riguardano piani per dipendenti e operazioni di riorganizzazione.

Francia: dal 2025 è operativa una tassa dell’8% sulle riduzioni di capitale derivanti da buyback realizzati da grandi aziende (fatturato > 1 mld €).

Altri esempi europei: l’Olanda ha rinunciato a un’imposta del 15%, mentre la Spagna applica allo 0,2% la tassa sulle transazioni finanziarie, con esenzioni per certe tipologie di buyback.

Come siamo messi in Italia?

Attualmente, i buyback rientrano nella Tobin tax, con aliquote tra lo 0,1% e lo 0,2%, ma con esclusione per i riacquisti finalizzati all’annullamento delle azioni. In sintesi: solo i buyback non destinati a ridurre il capitale sociale sono tassati.

Un’eventuale tassa specifica sui buyback italiani avrebbe finalità più di entrata temporanea che di stimolo strutturale agli investimenti, vista la dimensione relativamente limitata di questi volumi nel nostro Paese. Come osservano gli analisti, un’aliquota all’1% produrrebbe proventi simbolici, mentre aumentarla rischia di danneggiare l’attrattività del mercato italiano.

Forza Italia alza il muro: “No blitz sulle banche

“No blitz sulle banche”, ha dichiarato Antonio Tajani.

Forza Italia, per voce di Antonio Tajani, reagisce con fermezza: no a misure unilaterali e punitive contro il mondo del credito. Tajani rilancia la discussione sul salario minimo e annuncia la proposta di decontribuzione per i lavoratori pagati tra 7,50 e 9 €/h, auspicando anche sgravi sugli straordinari festivi e premi di produzione, con l’obiettivo dichiarato di portare i più vulnerabili verso la fascia del ceto medio. Restano fermi il principio di dialogo con le banche e il rispetto degli accordi biennali siglati, ritenuti fondamentali per la certezza del diritto e del credito alle imprese.

I numeri dei buyback bancari: cifre che parlano

UniCredit: 5,6 miliardi € nel 2023, altri 5,3 miliardi € previsti nel 2024.

Intesa Sanpaolo: 1,7 miliardi € nel 2024 e oltre 1,1 miliardi € nel 2025 su un piano da 2 miliardi.

Mediobanca: programmi per circa 200 e 385 milioni € negli ultimi due esercizi.

Enel: piano buyback da 1 miliardo € annunciato a fine luglio 2025.

Su scala europea, le banche stanno ripartendo i dividendi e i buyback su cifre record: nel 2024 i principali istituti europei restituiranno complessivamente circa 128 miliardi € (83 mld in dividendi, 45 mld in buyback).

Analisi finale: rischi e opportunità

L’introduzione di una tassa sui buyback in Italia è una mossa attenzionata e equivoca: può dare risorse allo Stato, ma rischia di rompere equilibri già fragili.

Da un lato, gli esempi francesi e americani offrono modelli replicabili; dall’altro, serve equilibrio per non compromettere il credito alle PMI e l’attrattività del sistema Paese.

Forza Italia, spingendo per misure che coinvolgono il lavoro e i salari bassi anziché i profitti bancari, lancia un messaggio politico chiaro: priorità agli umili, non alla repressione fiscale improvvisa contro le banche.

Il dibattito è appena cominciato, e sarà cruciale monitorare i dialoghi istituzionali tra governo, Abi e forze politiche: la certezza del diritto e la credibilità fiscale restano al centro.

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