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Ex Ilva, decarbonizzazione che tarda: lavoro e futuro sul filo

- di: Marta Giannoni
 
Ex Ilva, decarbonizzazione che tarda: lavoro e futuro sul filo
Ex Ilva Taranto: decarbonizzazione in ritardo e cassa integrazione
Incontro slittato, cassa integrazione in aumento, intesa «storica» senza tempi precisi: Taranto resta in attesa.
 
(Foto: uno dei recenti tavoli di confronto sul futuro dell’ex Ilva al Ministero delle Imprese e del Made in Italy - MIMIT).

L’ex Ilva di Taranto continua a navigare in acque tempestose, sospesa tra promesse e incertezze. L’ultimo capitolo di questa saga ruota attorno a un ventaglio di problematiche cruciali: cassa integrazione in espansione, tensioni nel tavolo politico-industriale, transizione ecologica ancora senza date certe.

La cassa integrazione: cifre in crescita, attese in ritardo

Acciaierie d’Italia, tuttora in amministrazione straordinaria, ha avanzato una richiesta di cassa integrazione — esattamente 4.050 lavoratori, di cui 3.500 impegnati nello stabilimento di Taranto, su un totale di circa 9.800 dipendenti del gruppo. Questo rappresenta un aumento di circa 1.000 unità rispetto alla precedente istanza presentata a maggio (circa 3.926 addetti interessati, di cui 3.538 a Taranto). L’incontro al ministero del Lavoro, previsto più volte e ora fissato — secondo fonti sindacali — per il 28 agosto alle ore 11, resta ancora in attesa di conferma ufficiale.

Vertenza al ministero: promesse rassicuranti, risposte tardive

Il ministro Adolfo Urso ha ribadito con vigore l’impegno del governo a “tutelare i lavoratori di Taranto”. Ma i sindacati, a partire dalla Uil con la segretaria Vera Buonomo, ribadiscono la necessità di risposte concrete, non di solenni rassicurazioni. Il 29 agosto, un giorno dopo l’ipotesi di convocazione, i sindacati incontreranno i gruppi parlamentari — maggioranza e opposizione — per discutere la vertenza sul piano occupazionale, in un confronto che coinvolge la politica nazionale.

Decarbonizzazione: l’intesa c’è, ma il cronoprogramma no

Il 12 agosto è stata firmata una bozza d’intesa tra governo ed enti locali per la decarbonizzazione dello stabilimento, con impegni a promuovere forni elettrici e lo spegnimento graduale degli altoforni a carbone. Secondo Urso, si tratta di una “svolta che potrà incoraggiare gli investitori”. Tuttavia, nel testo non sono indicati tempi certi né per l’avvio dei forni elettrici né per la localizzazione del polo DRI necessario a nutrirli. La convocazione di un nuovo tavolo di discussione è prevista dopo il 15 settembre, termine ultimo per la presentazione di offerte vincolanti degli investitori.

I ritardi che pesano: settembre decisivo, produzione a rischio

La trattativa industriale — promessa come “giorno della verità” — si è trasformata invece in un’occasione frustrata, secondo i sindacati, che denunciano l’assenza di garanzie occupazionali e di tempi certi. Nel frattempo, la produzione è allo stremo: con un solo altoforno attivo, l’output potrebbe crollare sotto 1,5 milioni di tonnellate annue, ben al di sotto del minimo ritenuto sostenibile (6 milioni).

La tabella di marcia verso il rilancio

  • Consegna impianti a nuovo investitore: entro il primo trimestre 2026, secondo Urso.
  • Attivazione iniziale di tre altoforni a carbone (compreso il sequestrato AFO-1): previsti lavori manutentivi e risanatori per tornare a 6 milioni di tonnellate/anno.
  • Transizione a forni elettrici: percorso progressivo; il primo entrerebbe in funzione entro fine 2029, con piena decarbonizzazione in 7-8 anni.
  • Risorse stanziate: 1 miliardo di euro per il preridotto (società Dri d’Italia), più 750 milioni di euro già stanziati su contratti di sviluppo pre-ArcelorMittal.
  • Investitori in gara: Jindal (India), fondo Bedrock, Baku Steel (Azerbaijan).

Urso sottolinea che lo Stato fornirà il preridotto attraverso Dri d’Italia, già finanziata con 1 miliardo di euro, mentre il nuovo investitore potrà attivare i forni elettrici con il supporto di 750 milioni già stanziati in passato.

I tempi restano vaghi

È evidente che, sebbene siano stati compiuti passi istituzionali — come la firma di un’intesa sulla decarbonizzazione — i tempi restano vaghi, e i lavoratori continuano a temere per il loro futuro. La cassa integrazione cresce, l’occupazione traballa, e l’orizzonte industriale rimane incerto. Settembre sarà quindi il mese cruciale: le offerte vincolanti degli investitori, il cronoprogramma per la decarbonizzazione, le garanzie occupazionali e le risposte politiche concrete dovranno emergere, o Taranto rischia di restare prigioniera della sua stessa indecisione.

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