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L’Opinione / L’Europa studia la “tassa boomerang” contro Trump: rischio su chi paga

- di: Bruno Coletta
 
L’Opinione / L’Europa studia la “tassa boomerang” contro Trump: rischio su chi paga

La nuova crociata di Donald Trump non si ferma ai dazi: mira dritta al cuore fiscale dell’Europa digitale.

(Foto: la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen).

Come illustrano Francesca Gastaldi (Università degli Studi di Roma) e Alberto Zanardi (Ordinario all'Università di Bologna) in un’analisi pubblicata sul prestigioso network economico lavoce.info, il ritorno del tycoon alla Casa Bianca ha messo una pietra tombale sulla tassa minima globale per le multinazionali. E adesso Bruxelles valuta la contromossa: una digital tax unica europea o addirittura una “accisa digitale” sulle importazioni dagli Stati Uniti. Ma il conto, avvertono gli autori, potrebbe finire nelle mani sbagliate: quelle dei consumatori Ue.

Trump cancella la global tax e minaccia ritorsioni
Come spiegano Gastaldi e Zanardi, il Memorandum firmato da Trump il 20 gennaio ha smantellato gli impegni americani verso la global minimum tax, l’intesa Ocse-G20 che doveva fermare la corsa al ribasso dei paradisi fiscali. Ma non solo: la Casa Bianca ora minaccia ritorsioni contro chi adotta imposte “extraterritoriali”, considerate un affronto alla sovranità Usa. Nel mirino ci sono due strumenti chiave del progetto Ocse – la Qdmt e l’Utpr – accusati di “rubare gettito” alle casse americane.
Come puntualizza il report pubblicato su lavoce.info, l’architettura della tassa globale reggeva su un equilibrio fragile, già incrinato dai tentennamenti di Biden. Trump lo ha fatto crollare, lasciando l’Ue, il Giappone e la Corea del Sud a presidiare un terreno fiscale che la Cina e l’India non hanno mai voluto davvero abitare.

Big tech sotto scacco, l’Europa si prepara
La seconda mossa arriva il 21 febbraio: un nuovo Memorandum stavolta diretto alle big tech americane – Google, Meta, Amazon, Apple – accusate di essere colpite da imposte e regole “espropriative” introdotte da vari paesi. Come sottolineano Gastaldi e Zanardi, le digital services taxes (Dst) adottate in Europa e in Asia (tra cui Italia, Francia, India) tornano nel mirino di Trump, così come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, che impongono alle piattaforme standard di trasparenza e limiti nella raccolta dei dati.
Il report pubblicato su lavoce.info ricorda che già nel 2019 Trump minacciò dazi contro i Paesi che applicavano le Dst. Poi, con Biden, sembrava che la soluzione multilaterale dell’Ocse potesse archiviare la disputa. Ma ora siamo al punto di partenza, con uno scenario molto più infuocato.

Dalla difesa all’attacco: l’idea di una digital tax Ue

L’Europa, secondo Gastaldi e Zanardi, ha davanti a sé tre strade: cedere al pressing Usa (come ha già fatto l’India), restare in ordine sparso oppure rilanciare con una mossa coordinata. È quest’ultima l’ipotesi più ambiziosa: una tassa digitale unica o una nuova “accisa” sulle transazioni digitali in entrata dagli Stati Uniti, trasformando la difesa fiscale in strategia commerciale.
Come evidenzia il report pubblicato su lavoce.info, la bilancia commerciale Ue-USA è in attivo per le merci, ma in pesante deficit per i servizi digitali e le royalties: -125 miliardi nel 2023 solo per la proprietà intellettuale. Ecco perché un’imposta mirata sulle importazioni digitali potrebbe riequilibrare i conti e rispondere colpo su colpo ai dazi americani.
Ma attenzione, avvertono Gastaldi e Zanardi: una mossa simile potrebbe ritorcersi contro l’Europa. La domanda di servizi digitali è rigida, i colossi americani potrebbero scaricare il nuovo costo sui consumatori, facendo aumentare prezzi, abbonamenti e pubblicità online.

Un boomerang fiscale o una leva geopolitica?

Un altro scenario, ancora più di rottura, è quello suggerito nel report pubblicato su lavoce.info: diversificare i partner commerciali, cercando nuove intese con Cina, Canada o Mercosur. Ma aprirsi di più ai colossi digitali cinesi, oggi in rapida ascesa, pone interrogativi inquietanti su privacy e sicurezza dei dati. Secondo Mediobanca, dieci tra le prime 25 multinazionali websoft sono cinesi e la loro quota di mercato è salita al 26% nel giro di due anni.
In conclusione, come ribadiscono Gastaldi e Zanardi, la risposta europea dovrà essere unitaria, strategica e ben calibrata. Ma se l’Ue deciderà davvero di colpire i giganti digitali americani, il rischio di una “tassa boomerang” è reale: nel tentativo di punire Trump, l’Europa potrebbe colpire sé stessa.


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