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Deficit USA 2025 scende ai minimi da 3 anni: l’effetto-dazi, e i rischi

- di: Bruno Coletta
 
Il disavanzo federale scende grazie al “getto” dei dazi: 264 miliardi in un anno. Ma dicembre segna un rosso record per il mese e riaccende il punto vero: la spesa corre, gli interessi mordono, e la cura-tariffe non basta.

Il numero, da solo, fa notizia: nel 2025 il deficit di bilancio degli Stati Uniti si è ridotto a 1.670 miliardi di dollari, il livello più contenuto degli ultimi tre anni secondo i dati del Dipartimento del Tesoro. Il motore del rientro non è un taglio chirurgico della spesa né un improvviso boom di crescita, ma una leva molto più “politica”: l’impennata delle entrate legate ai dazi, diventati una delle principali stampelle del gettito federale.

Nel solo mese di dicembre 2025, il disavanzo si è attestato a 145 miliardi. È un dato che, letto così, sembra contraddire la narrazione del miglioramento: un rosso enorme e, per quel mese, senza precedenti. Ma la contabilità pubblica americana è piena di trappole da calendario: alcuni pagamenti slittano tra fine anno e inizio anno in base a weekend e scadenze tecniche, gonfiando o sgonfiando i confronti. Non a caso, nelle letture “aggiustate” citate da diverse analisi, il deficit di dicembre risulta sensibilmente più basso. In ogni caso, resta un segnale chiaro: la dinamica mensile è nervosa e l’equilibrio non è affatto blindato.

Il capitolo che ha cambiato la musica nel 2025 è quello delle dogane. I ricavi annuali dai dazi hanno raggiunto quota 264 miliardi, livello storicamente elevato. A dicembre, le entrate doganali sono state circa 28 miliardi, un flusso che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato fantascienza per un singolo mese. In altre parole: lo Stato americano ha trasformato la frontiera commerciale in un rubinetto fiscale, e nel 2025 quel rubinetto ha girato a pieno regime.

Il sottotesto è inevitabilmente politico. Le tariffe sono diventate una bandiera dell’amministrazione guidata da Donald Trump e, per il bilancio, una voce che “tira su” i ricavi quando altre entrate rallentano o quando la spesa si espande. Da qui la formula che circola nei resoconti: deficit in calo “grazie ai dazi”. Un incastro che funziona, ma con due avvertenze gigantesche: primo, le tariffe sono una tassa che spesso si scarica lungo la catena dei prezzi; secondo, il gettito può cambiare rapidamente se gli scambi si contraggono o se le regole vengono contestate in sede legale.

C’è poi un altro punto che spiega perché il rientro del 2025 non viene trattato dagli economisti come una “svolta” definitiva: la struttura della spesa federale. La spesa obbligatoria – Social Security, sanità pubblica e programmi collegati – continua a spingere verso l’alto. E sopra tutto si stende l’ombra lunga degli interessi sul debito, che negli ultimi anni sono diventati una delle voci più pesanti, perché il debito cresce e i tassi – anche quando scendono – si trasmettono con ritardo su una montagna di titoli da rifinanziare.

Il paradosso è che i dati “migliori” convivono con record paralleli. Sul trimestre ottobre-dicembre (che negli Stati Uniti è l’avvio dell’anno fiscale successivo), il deficit risulta in riduzione rispetto all’anno precedente, ma la spesa resta altissima. E nel dettaglio mensile emergono picchi su alcune voci, a cominciare da quelle legate alla difesa e ai trasferimenti. Tradotto: i dazi possono abbassare il livello dell’acqua, ma la diga è piena di crepe e la pressione non diminuisce.

In questo quadro si inserisce un’altra domanda che nei mercati rimbalza più della cifra del deficit: le entrate da tariffe sono un trend o un picco? Alcuni segnali suggeriscono una stabilizzazione: se il flusso mensile smette di crescere, l’effetto “bonus” sul bilancio si attenua proprio mentre la spesa, per inerzia demografica e costo del denaro, tende a correre. E quando la crescita del gettito rallenta, riemerge il cuore del problema: per ridurre davvero il deficit servono scelte strutturali, non solo nuove fonti di entrate “a colpi” di politica commerciale.

C’è anche un aspetto che spesso resta fuori dai titoli ma pesa sui numeri: il deficit può migliorare temporaneamente per ragioni contabili, per slittamenti di pagamenti o per un mix di misure che non regge nel tempo. È il motivo per cui molti osservatori insistono sul distinguere fra “foto” e “film”: la foto del 2025 dice che il deficit scende; il film dice che gli interessi e la spesa “rigida” si muovono come un metronomo, mentre le entrate da dazi dipendono da volumi, regole e scelte politiche.

In controluce, la notizia del 2025 racconta soprattutto una cosa: gli Stati Uniti stanno sperimentando un bilancio dove la leva commerciale non è più solo geopolitica, ma anche fiscale. E questo cambia la discussione a Washington, perché mette in competizione due obiettivi che spesso si pestano i piedi: usare le tariffe per “spingere” l’industria e, allo stesso tempo, contare sulle tariffe per fare cassa. Se la crescita rallenta o se l’import si riduce troppo, il rubinetto si chiude proprio quando il Tesoro ne avrebbe più bisogno.

Il dato finale, quindi, va letto con una doppia lente. Da un lato, il rientro del deficit nel 2025 è reale e segnala un miglioramento rispetto ai picchi recenti, con un contributo netto delle entrate doganali. Dall’altro, la pressione strutturale resta intatta: "il deficit è sceso, ma non è guarito" è la sintesi più onesta per descrivere un bilancio che trova ossigeno dai dazi mentre continua a bruciarne molto più velocemente sul fronte di spesa e interessi.

Morale: 1.670 miliardi nel 2025 sono un segnale, non una soluzione. Finché la correzione passa soprattutto da entrate “straordinarie” e da partite influenzate dal calendario, la domanda non cambia: quanto a lungo i dazi possono reggere la scena prima che il conto – tra interessi, welfare e scelte politiche – torni a imporsi con la forza dei grandi numeri?

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