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Dazi Usa, l’agroalimentare italiano perde 600 milioni: l’allarme di Cia

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Dazi Usa, l’agroalimentare italiano perde 600 milioni: l’allarme di Cia

Un campanello d’allarme che arriva dal cuore delle campagne italiane. In sette mesi il settore agroalimentare ha già perso circa 600 milioni di euro di export verso gli Stati Uniti. A certificarlo è l’analisi dell’Ufficio Studi di Cia-Agricoltori Italiani, che mette nero su bianco un dato: i dazi introdotti da Washington stanno erodendo uno dei mercati storicamente più solidi per il Made in Italy.

Dazi Usa, l’agroalimentare italiano perde 600 milioni: l’allarme di Cia

Solo un anno fa, nello stesso periodo, l’export volava con un +19%. Oggi la crescita si è ridotta a un modesto +3%. Dietro quei numeri ci sono aziende che faticano a spedire i loro prodotti, catene di distribuzione che tagliano ordini, cooperative che rivedono piani di investimento. Il saldo commerciale resta positivo, ma sempre più fragile: a luglio il surplus con gli Usa è salito appena del 3%, un balzo minuscolo se confrontato con il +28% registrato dodici mesi prima.

Le barriere doganali

Al centro delle difficoltà ci sono i dazi imposti dagli Stati Uniti, misura che ha reso meno competitivi i formaggi, i vini, l’olio e molte altre eccellenze italiane. L’effetto combinato con l’aumento dei costi logistici e con le procedure di certificazione sempre più complesse sta disegnando un quadro pesante per l’intero comparto. E se per i grandi gruppi è complicato, per le piccole e medie aziende agricole la questione rischia di essere esistenziale.

La voce degli agricoltori
La Cia parla apertamente di «colpo durissimo per i produttori». Il timore è che la frenata non sia solo congiunturale, ma preluda a una perdita stabile di quote di mercato. Recuperarle, in un contesto globale dove la concorrenza cresce di mese in mese, non sarà semplice. «Le esportazioni verso gli Usa rappresentano una fetta decisiva per la nostra economia – osservano dall’associazione – ma se non si interviene rapidamente il rischio è di compromettere anche i risultati futuri».

La dimensione politica
Non è solo un tema di bilanci aziendali. Dietro i numeri c’è una partita politica che riguarda i rapporti tra Roma, Bruxelles e Washington. L’Italia paga il prezzo di una guerra commerciale che attraversa l’Atlantico e che rischia di trasformarsi in terreno di scontro diplomatico. Nei corridoi delle associazioni di categoria cresce la pressione sul governo perché apra un fronte negoziale in Europa e spinga per un ammorbidimento delle tariffe.

Il rischio di arretrare
Il pericolo più grande è che il Made in Italy perda posizioni proprio negli Stati Uniti, mercato da sempre strategico. Un arretramento che non si misura solo in milioni di euro ma anche in reputazione: meno scaffali occupati, meno spazio per i nostri marchi, più opportunità per i competitor. Il calo consecutivo di giugno (-3%) e luglio (-10%) fotografa un trend che fa temere ulteriori scivoloni nei mesi autunnali.

Il nodo delle Pmi
Dietro ogni percentuale ci sono storie di imprese familiari che lavorano su margini ridotti e che oggi devono scegliere se rinunciare a spedire oltreoceano o assorbire costi insostenibili. Le piccole aziende, che non hanno la forza di diversificare mercati e prodotti, rischiano di pagare il prezzo più alto. «Non possiamo essere lasciati soli», è l’appello che arriva dai territori.

Un test per la politica economica
La vicenda dei dazi diventa così un banco di prova per la politica economica italiana. Da un lato la necessità di difendere il Made in Italy all’estero, dall’altro la sfida di sostenere concretamente le imprese agricole in difficoltà. Un equilibrio che non ammette tentennamenti, perché 600 milioni bruciati in pochi mesi sono un segnale che non si può ignorare.

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