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Covid, molte le ipotesi ma una sola richiesta: non fermate il Paese

 
La costante crescita del numero dei contagi e l'aumento dei decessi collegati al Covid-19 sta, come è naturale, alimentando in Italia ed altrove il dibattito su come combattere con efficacia la pandemia, ma senza acuire la grave crisi economica che essa ha determinato nel momento in cui i Governi (almeno quelli più responsabili) hanno definito chiare linee di comportamento mirate al contenimento dell'espandersi del virus.

Questo dibattito ha avuto, come effetto più immediato, lo straniamento delle persone più attente al problema, che si trovano quotidianamente a doversi confrontare con tesi distanti, quando non sono totalmente alternative, che in molti lasciano il sospetto che siano formulate per ambizioni personali, quando addirittura non nascondono prese di posizioni che, prima d'essere cliniche o scientifiche, sono ideologiche.

Il punto che sembra, in questi giorni, al centro dell'attenzione è l'ipotesi che, prima o poi, si giunga davanti al bivio se proseguire in restrizioni parziali o a tempo determinato oppure giungere all'apice delle limitazioni alla libertà personale con l'istituzione di nuove chiusure, i mai amati - ed a buona ragione - lockdowns. In questo momento, quindi, le posizioni sono abbastanza definite, ma non per questo, almeno ad oggi, una sembra avere più forza per imporsi sulle altre.

L'unica cosa certa, verrebbe da dire, è la totale incertezza. Perché di tesi ne fioccano una al giorno, quando non sono più d'una. Prendete la cosiddetta ''Great Barrington Declaration'', elaborata - e proposta al ministro della Sanità del gabinetto Trump, Alex Azar, secondo cui questa ''dichiarazione'' ha il gradimento del presidente - da tre luminari dell'epidemiologia: Martin Kulldorff (Harvard), Sunetra Gupta (Oxford) e Jay Bhattacharya (Stanford).

La ''Great Barrington Declaration'' si potrebbe sintetizzare così: si dovrebbe fare circolare il virus, senza imporre limitazioni ai giovani (tendenzialmente sani). In questo modo, determinando le condizioni per una immunità di gregge, se ne accellererebbe la creazione di una naturale, con il contagio di chi ha una bassa propensione a sviluppare una forma grave di infezione.
Se si adottasse questo criterio, sostengono i tre illustri epidemiologi, il virus rallenterebbe enormemente la sua corsa, comportando, nel contempo, un forte contenimento costi sociali e sanitari, ad oggi enormi.

Traducendo il tutto e facendo ricorso ad una estrema sintesi, alcuni funzionari governativi americani hanno sostenuto che la ''dichiarazione'' vuole, nei suoi contenuti, proteggere le persone più vulnerabili, evitare il sovraffollamento degli ospedali, consentire l'operatività di scuole ed attività economiche. La presa di posizione dei tre studiosi non è isolata, anche, nel giro di pochi giorni, è stata sottoscritta da novemila firmatari. Che però restano in posizione minoritaria.

Perchè, viene sostenuto dalla maggioranza della comunità scientifica internazionale, sarebbero enormi le difficoltà di distinguere e separare le fasce di popolazione in base alla minore o maggiore vulnerabilità al virus, tacendo del fatto che, se infettati, anche i più giovani sarebbero esposti a rischi elevatissimi.  ''Sarebbe un massacro'', il lapidario giudizio di Greg Gonsalves, epidemiologo alla Yale School of Public Health.

Ma di punti critici la Dichiarazione sembra averne anche più d'uno. Il primo, e più evidente, è che traccia un percorso, che potrebbe anche essere difficile e, insieme, potenzialmente pernicioso, non considerando che, nel giro di pochi mesi, la combinazione di vaccini e terapie innalzerà il livello di difesa generale dal virus. Come ha scritto Tyler Cowen, su Bloomberg, sarebbe come mandare dei soldati a morire per conquistare una collina due giorni prima della fine della guerra.

Come si può facilmente comprendere, le posizioni sono antitetiche, ma non solo perché ciascuna - fatte salve quelle totalmente folli, come pure ne sono circolate in questo doloroso periodo - ha dei punti sui quali riflettere.Prendiamo le limitazioni agli spostamenti, siano essi motivati da lavoro, da studio o da semplice ricerca di svago.

Si potrebbe dire che la soluzione più semplice sarebbe chiudere tutto, ma si tratterebbe di un colpo durissimo (almeno nel caso dell'Italia) alle attività produttive, ai nostri figli che studiano e anche, per la transitiva, per quelli che dal divertimento dei nostri ragazzi realizzano reddito. Una chiusura totale di tutto, ancorché facilmente realizzabile, non determinerebbe situazioni favorevoli ad una ripresa del Paese, anzi distruggerebbe tutto quello che, con enormi sacrifici, è stato fatto in occasione dei vari lockdowns.

Né serrare i portoni delle scuole, per timore che il virus si diffonda, come ha deciso il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, sembra l'unica soluzione a disposizione. Non lo diciamo noi. Lasciamo dirlo ad una dirigente scolastica campana, Angela Cambri, citata da Repubblica: "È una grave sconfitta per tutti. La pagheranno i ragazzi più fragili, quelli che non hanno una famiglia alle spalle che riesca a sostenerli anche nello studio. Una sconfitta, ma non si possono fare miracoli. Le scuole sono avvolte nel caos, tra gestione di casi Covid, tracciamenti dei compagni e degli insegnanti, difficoltà a contattare le Asl, famiglie pronte a qualsiasi tipo di rimostranza nei nostri confronti..".

Però un aspetto sfugge spesso alla esatta definizione di quanto, come Paese, stiamo affrontando ed è il confronto con le epidemie di influenza del recente passato. Come quella dello scorso anno che, sia pure con numeri di decessi nettamente più contenuti, ha interessato circa otto milioni di italiani, cioè molto di più rispetto a quelli oggi interessati dal covid-19.
E, all'inizio della primavera dello scorso anno, i morti erano 200, con 800 persone in terapia intensiva. Un raffronto, si dirà, improponibile, ma deve pure essere fatto se si vuole avere le giuste informazioni per poi formulare un proprio punto di vista.

Ora più che mai, quindi, è necessario fare appello alla ragionevolezza, ma anche ad una lungimiranza che, ad oggi, sembra essere evaporata in chi ci governa sulla scorta di decisioni forse apprezzabili dal punto di vista della motivazione, ma che si stanno dimostrando un boomerang.

''Le migliori politiche oggi non sono le stesse delle migliori politiche di due mesi fa e non saranno necessariamente le migliori politiche tra due mesi'', ha scritto ancora Tyler Cowen. Di scelte ne sono state fatte tante, alcune buone, altre meno. L'importante, oggi, è non vanificare i sacrifici di un intero Paese. Anche perché qualsiasi soluzione non può prescindere da una presta di coscienza collettiva della situazione che stiamo vivendo. E questo processo di sensibilizzazione non passa attraverso l'esasperazione di un clima che certo non ha bisogno di peggiorare. Le sanzioni ci sono, magari inasprirle non sarebbe follia, ma che siano applicate con la ragionevolezza e con la meccanica applicazione di una legge.
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