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Da un papiro dell'Antico Egitto una nuova speranza nella lotta al Coronavirus

- di: Emanuela M. Muratov
 
Da mesi equipe di ricercatori lavorano per combattere il Covid-19, per aiutare l'umanità a combattere una piaga che sta mietendo centinaia di migliaia di vittime. E a qualcuno suonerà strano il fatto che una di queste ricerche viene da lontano nel tempo, da quando l'Europa muoveva i primi passi nella civiltà, per come la intendiamo oggi, mentre sul Mediterraneo si affacciavano paesi e culture che non avevano eguali al mondo, conosciuto o no. Facciamo un passo indietro, al 1873, quando l'egittologo tedesco Georg Ebers stava visitando l'Alto Egitto e gli capitò tra le mani un papiro, di proprietà di un antiquario cristiano.

Non un papiro, come se ne trovavano tanti all'epoca ed il cui commercio - inquinato anche da molti falsi - era fiorente perché era vecchio di 3.500 anni, lungo circa 19 metri, ma che, soprattutto, elencava minuziosamente tutte le conoscenze mediche dal tempo del faraone Amenofi I. Ebers acquistò il papiro inviandolo all'Università di Lipsia, dove è ancora conservato. In esso, oggi noto come Papyrus Ebersha in onore del suo valorizzatore, sono descritte 80 malattie e le loro possibili terapie, compreso lo zafferano selvatico come trattamento per il gonfiore. Un derivato di questa pianta medicinale, la colchicina, è ormai una delle grandi speranze contro il nuovo Coronavirus.

La colchicina, che viene somministrata alla prima insorgenza del virus, secondo i primi risultati di uno studio internazionale (eseguito su oltre 4000 mila paziente in Canada, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Brasile e Grecia) riduce i ricoveri del 25%, ma anche la necessità di ventilazione meccanica del 50%. Rilevato anche un calo dei decessi per Covid-19 del 44 per cento, ma trattandosi di una sperimentazione eseguiti su un numero minore di casi, da essa non vengono tratte conclusioni definitive.
I dati devono comunque essere presi con cautela perché sono in attesa di revisione, come da prassi, dopo la pubblicazione su una rivista scientifica.

Comunque gli aspetti positivi appaiono oggi evidenti: "Il vantaggio è lì. Ed è un farmaco che ha un prezzo ridicolo. Un trattamento di un mese costa circa tre euro". A dirlo, intervistato da El Pais, è il professor José Luis López-Sendón, cardiologo dell'ospedale La Paz di Madrid, che guida la sezione spagnola dello studio, con 250 pazienti.
Come scritto nel papiro di Ebers, la colchicina ha proprietà antinfiammatorie. Lo zafferano selvatico è stato utilizzato contro gli attacchi di gotta sin dai tempi del medico bizantino Alessandro di Trales , intorno all'anno 600, e la colchicina continua ad essere un trattamento di riferimento contro questo tipo di artrite. I ricercatori ipotizzano che questa nota attività antinfiammatoria controlli anche la cosiddetta tempesta di citochine, una reazione incontrollabile che appare in alcuni pazienti Covd e può essere letale.

La sperimentazione clinica - con l'assunzione, a casa, di una compressa al giorno per un mese - è stata eseguita su volontari di età superiore ai 40 anni, con Covid confermato e con alcuni fattori di rischio (come ipertensione, obesità o alcune malattie cardiache). Secondo il direttore della ricerca internazionale, Jean-Claude Tardif, del Montreal Cardiology Institute (Canada), la colchicina è "il primo farmaco orale al mondo il cui uso potrebbe avere un impatto significativo sulla salute pubblica e, potenzialmente, prevenire le complicanze del covid in milioni di pazienti".

Ma la comunità scientifica è scettica nei confronti di questo tipo di affermazioni senza alcun studio pubblicato a supporto, soprattutto dopo i clamorosi fallimenti di altri farmaci promettenti, come l'idrossiclorochina e il remdesivir . Il cardiologo Alberto Cecconi, medico italiano che lavora nell'ospedale universitario de la Princeca di Madrid, è invece ottimista: "La colchicina è stata usata in medicina per secoli, ma è ancora sorprendente. È un farmaco salvato dall'antichità e ora sta avendo più applicazioni".

Non considerando la nuova ricerca, Cecconi ricorda che lo stesso team di Tardif e López-Sendón aveva già pubblicato, nel 2019, un altro studio nel quale affermava che la colchicina, grazie alla sua potente attività antinfiammatoria, migliora la condizione dei pazienti dopo un infarto miocardico."La colchicina" - dice il ricercatore italiano - "è come un vigile del fuoco che spegne il fuoco dell'infiammazione che a volte accompagna il Coronavirus. L'infiammazione può essere anche peggiore dell'infezione virale stessa".
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