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Bankitalia avverte: consumi giù, risparmio su, salari ancora “corti”

- di: Marta Giannoni
 
Bankitalia avverte: consumi giù, risparmio su, salari ancora “corti”

Pil 2026 visto a +0,6%: tengono i servizi e rimbalza l’industria, ma tra Cina e prudenza delle famiglie la ripresa resta fragile.

(Foto: Fabio Panetta, Governatore di Bankitalia).

La fotografia di Banca d’Italia è nitida: l’economia italiana continua a muoversi, ma lo fa con il freno a mano “tirato” dalle famiglie. La crescita procede a passo moderato, sostenuta soprattutto dal terziario, mentre nei bilanci domestici si fa strada una parola che sembrava archiviata con i tassi zero: prudenza. Traduzione pratica: meno spesa discrezionale, più accantonamenti. E un dato che diventa segnale: la propensione al risparmio risale.

Il cuore del messaggio è doppio. Da un lato, Palazzo Koch conferma una traiettoria di espansione “contenuta” e ribadisce le stime: +0,6% di Pil nel 2026, con un rafforzamento nel 2027-2028. Dall’altro, avverte che le fondamenta psicologiche della domanda interna restano fragili: l’evoluzione del mercato del lavoro appare meno brillante, e le aspettative sul quadro macro restano caute. Il risultato è una crescita dei consumi che non si spegne, ma nemmeno accelera.

A spingere l’attività, in questa fase, non è il carrello della spesa: sono soprattutto i servizi, in particolare quelli rivolti alle imprese, e un recupero dell’industria dopo mesi più difficili. Ma proprio la manifattura è il punto dove la bussola inizia a oscillare. Bankitalia mette nero su bianco un’incognita: l’intensificarsi della concorrenza cinese in diversi comparti, in un contesto internazionale che resta esposto a scosse commerciali e a riorientamenti dei flussi di merci.

In altre parole: l’Italia può anche “tenere” grazie a servizi, investimenti e una parte di industria che riprende fiato, ma la fabbrica rimane dentro un ring affollato. E non è soltanto una questione di prezzi: è un confronto su catene del valore, tecnologia e capacità di presidiare i mercati. "Le prospettive per la manifattura restano incerte", è la sintesi che pesa come un sottotesto su tutto il bollettino.

Capitolo famiglie: il punto non è solo “quanto” si consuma, ma “come” si decide di consumare. L’aumento del risparmio indica che molte scelte vengono rinviate: acquisti importanti, sostituzioni, ristrutturazioni, auto. E questo succede nonostante il reddito disponibile abbia mostrato segnali di recupero. Il clima, però, conta: quando l’orizzonte appare opaco, la prima reazione è difensiva. E l’economia, che vive anche di fiducia, lo sente.

Sul fronte salari, la dinamica nominale offre una notizia che a prima vista sembra buona: nel 2025, i rinnovi contrattuali hanno spinto le retribuzioni nel privato a crescere del 3,2%, più dell’inflazione. Ma è qui che arriva la seconda parte del messaggio, quella che cambia la prospettiva: in termini reali, dopo il recupero avviato nel 2023, a novembre le retribuzioni contrattuali risultavano ancora più basse del 7,7% rispetto a gennaio 2021. Con differenze settoriali che restano marcate.

È la classica forbice tra “recupero in corso” e “terreno perso” che pesa ancora sulle percezioni. In pratica: anche se i contratti corrono un po’ più dei prezzi, l’eredità del biennio inflazionistico non è stata cancellata. Per molte famiglie, la sensazione resta la stessa: la busta paga fa progressi, ma non abbastanza da riportare la normalità di prima.

A rendere più complesso il quadro c’è la traiettoria dei prezzi. Nel corso del 2025 l’inflazione si è mossa in modo non uniforme tra voci diverse, e l’effetto cumulato dei rincari precedenti continua a pesare sulle scelte di spesa. In questo contesto, la partita dei salari non è solo economica: è anche sociale e politica, perché incide direttamente su consumi, fiducia e clima generale.

Sullo sfondo resta la politica monetaria: per famiglie e imprese, i tassi contano eccome. La BCE ha mantenuto invariati i tassi nell’ultima parte del 2025, con una linea legata ai dati e alla convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo. Per chi accende un mutuo o finanzia investimenti, il punto è semplice: il costo del denaro non scende in picchiata, ma nemmeno torna a impennarsi. Una stabilità che aiuta, senza fare miracoli.

Infine la variabile investimenti, dove l’Italia si gioca una quota decisiva di crescita. Tra cantieri, incentivi e misure collegate al PNRR, una parte della domanda resta in piedi anche quando i consumi rallentano. Ma il messaggio implicito è chiaro: senza un recupero più robusto del potere d’acquisto e senza un clima di fiducia meno timoroso, la crescita rischia di restare “da bollettino”, più che “da vita reale”.

La conclusione è una: l’Italia non è ferma, ma si muove con cautela. La crescita c’è, i servizi spingono, l’industria prova a rialzare la testa. Però le famiglie, che sono il motore più grande, stanno scegliendo di non correre. E quando il motore principale rallenta, anche una ripresa “moderata” può sembrare più fragile di quanto dicano i decimali.

Data: 16 gennaio 2026 – Aggiornamento: 16 gennaio 2026

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