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Banche in allerta, Meloni rassicura: “Non vogliamo punire”

- di: Jole Rosati
 
Banche in allerta, Meloni rassicura: “Non vogliamo punire”
Abi ribadisce la necessità di solidità patrimoniale, Giorgetti chiede alle imprese di alzare i salari, mentre il governo lavora a un deficit 2025 vicino al 3%.

Il braccio di ferro con le banche

Si fa tesa la trattativa tra governo e sistema bancario. Dopo le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha definito “doveroso” un contributo da parte degli istituti, è arrivato il contraltare dell’Associazione bancaria italiana. Il presidente Antonio Patuelli ha chiarito che le banche non vivono di rendite di posizione e che “la solidità patrimoniale non è mai troppa”, richiamando i rischi di un nuovo deterioramento del credito e la necessità di accantonamenti prudenti.

La premier Giorgia Meloni, intervenuta da New York, ha scelto di stemperare il clima: “Non vogliamo punire nessuno, ma cercare alleati per affrontare le priorità del Paese”. L’obiettivo, ha spiegato, è ripetere il dialogo costruttivo dello scorso anno con gli istituti di credito.

La manovra e il nodo pensioni

Sul fronte della legge di bilancio, la strada appare ancora lunga. La premier non ha escluso che possa arrivare in Parlamento la proposta di congelare l’età pensionabile a 67 anni, pur precisando che non se ne è discusso in Consiglio dei ministri: “Se sarà un’iniziativa dei partiti di maggioranza, se ne parlerà quando arriverà”.

Intanto il governo è concentrato sulla cornice numerica che sosterrà la manovra, definita dal nuovo Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), atteso entro il 2 ottobre. Da questo emerge una crescita stimata dello 0,5% per il 2025 e dello 0,7% nel 2026. Quanto al deficit, il Tesoro prevede che il rapporto con il Pil scenderà già dal 2025 su valori vicini al 3%, per poi ridursi gradualmente negli anni successivi.

Giorgetti tra FMI, Europa e imprese

Intervenendo al Senato, Giorgetti ha difeso le scelte di politica economica del governo, paragonando l’Italia a una “barca a remi, faticosa ma sostenibile”, contrapposta al motore artificiale del superbonus. Ha poi replicato alle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale, sottolineando che “il Fmi non si misura col popolo e può permettersi di impartire ricette che non sempre hanno funzionato”.

Non è mancata una stoccata all’Unione europea: il ministro ha invitato Bruxelles a fare autocritica, definendo “un disastro” la gestione della transizione green sull’automotive. Sul fronte interno, invece, ha sollecitato le imprese a riconoscere aumenti salariali: “Abbiamo dato risorse al pubblico impiego, ora tocca alle parti datoriali private fare la loro parte”.

Opposizioni sul piede di guerra

Dal Partito democratico al Terzo polo, le opposizioni hanno contestato duramente l’azione del governo. Il Pd accusa l’esecutivo di aver tradito le promesse sulle tasse. Matteo Renzi ha ironizzato sul rating, ricordando che Meloni in passato definiva “pagliacci” le agenzie, e sulla procedura di infrazione: “Avete esultato per l’uscita, ma siete stati voi a portarci dentro”.

Una partita tutta politica

L’intero scenario economico-finanziario si intreccia dunque con un delicato gioco politico: da un lato il governo cerca di mostrare serietà sui conti e fermezza verso le imprese, dall’altro deve evitare di incrinare i rapporti con le banche, partner indispensabili per sostenere l’economia reale. La scommessa di Palazzo Chigi è far quadrare la manovra mantenendo la credibilità sui mercati e il consenso interno.

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