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Usa: lo spettro dell'inflazione dietro le promesse elettorali di Biden

- di: Brian Green
 
In campagna elettorale, si sa, i candidati spesso cadono nella tentazione di arricchire a dismisura il loro pacchetto di promesse, cercando in questo modo di allargare la potenziale platea dei loro sostenitori. È un fatto che si ripete a tutte le latitudini, inclusa l'Italia, dove alcune promesse, come la flat tax, sciorinate in campagna elettorale, sono poi state messe, giocoforza, da parte per l'impossibilità di vararle, almeno in quel momento storico.

Lo stesso sembra stia per accadere negli Stati Uniti, con una variante per Joe Biden che si trova davanti ad un bivio: dare applicazione alle promesse fatte in campagna elettorale oppure mitigarle, renderle meno pesanti per il budget federale.
Prima delle elezioni, Biden ha detto che avrebbe varato degli stimoli all'economia per sostenerle nel delicato periodo della pandemia. Questi stimoli comportano un importo di circa 1,9 trilioni di dollari, cioè, ad occhio e croce, quasi il 15 per cento del Pil americano. Una iniziativa di ampio respiro, di enorme impatto mediatico, ma che rischia di riportare d'attualità un nemico che si pensava ormai sconfitto, l'inflazione e, con essa, di innescare un aumento dei tassi di interesse.

Una ipotesi che ha fatto levare alcune voci dissenzienti e tutte riconducibili alla scuola keynesiana "made in Usa". Come Larry Summers, ex segretario al Tesoro durante l'amministrazione Clinton, e Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, di cui si ricorda forse l'impegno contro l'austerità imposta, a suo avviso con troppa fretta, in occasione della crisi finanziaria del 2008. Per Blanchard "il piano da 1.900 trilioni di dollari potrebbe portare a un surriscaldamento dell'economia tale da risultare controproducente".

Sono voci, seppure autorevoli, senza che ci siano certezze, ma sarebbe sbagliato dire che il pericolo del ritorno massiccio dell'inflazione non esista. Comunque, il problema rischia di manifestarsi, anche perché, come dice qualcuno, l'America di Donald Trump sarà pure stata, per come hanno sostenuto in campagna elettorale Biden e tutti i democratici, senza anima e senza solidarietà, ma di certo ha raggiunto traguardi economici molto importanti, con un piano di sostegno mirato che ha avuto i suoi frutti, nel 2020 piuttosto che nel 2019.

Un altro aspetto delle misure, le prime della sua amministrazione, che Biden assumerà di qui a poco riguarda il confronto con la pandemia che deve essere affrontata sul fronte squisitamente sanitario, ma anche economico, essendo entrati nel secondo anno dell'era Covid-19, quella della gestione e non più dell'attacco frontale al contagio. Insomma, Biden deve confrontarsi, oltre che con la pandemia, anche e forse soprattutto con un quadro economico che ha visto scomparire dieci milioni di posti di lavoro, con le minoranze afroamericane ed ispaniche a sopportare il maggiore peso. Ed è qui il quesito che viene rivolto direttamente a Biden, se cioè sia il caso di proseguire nel progetto di aiutare gli americani con un assegno individuale di 1.400 dollari, costosissimo per il bilancio federale e che, alla fine, potrebbe dimostrarsi foriero più di problemi che di soluzioni.
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