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UniCredit, stop ai rumor su Mps: cosa c’è dietro la smentita

- di: Jole Rosati
 
UniCredit, stop ai rumor su Mps: cosa c’è dietro la smentita

Tra rumor su Andrea Orcel (foto), Delfin e l’ombra di Generali, la banca prova a chiudere la partita: valutiamo opzioni, ma solo se tornano i conti. E da Francoforte arriva l’altolà: la politica non inceppi le fusioni.

È la classica mattina da risiko bancario: una voce rimbalza, la Borsa drizza le antenne, gli addetti ai lavori fanno due conti, e poi arriva la smentita che rimette (provvisoriamente) i tasselli al loro posto. UniCredit ha scelto una linea netta per spegnere le indiscrezioni su un presunto interesse per Monte dei Paschi di Siena: “voci speculative e ingiustificate”. Tradotto: niente “ritorno di fiamma” su Mps, e soprattutto nessuna trattativa da dare per imminente solo perché, nel dietro le quinte, esistono contatti, analisi e valutazioni.

Il punto, però, è proprio questo: nel settore finanziario l’attività ordinaria di un team M&A può diventare benzina per il rumor più veloce. UniCredit lo ammette senza girarci intorno: un gruppo internazionale che guarda alla crescita deve “studiare” opzioni e potenziali target, anche oltre i confini tradizionali. Ma la banca insiste sul discrimine decisivo: qualunque operazione viene presa in considerazione solo se si incastra nella strategia e supera parametri precisi di rendimento e disciplina del capitale. È il modo con cui Orcel prova a disegnare un confine: osservare e parlare non significa comprare.

A far salire la temperatura, nei giorni scorsi, è stata soprattutto la trama che intreccia Delfin (la cassaforte della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri) e la partita senese. Diverse ricostruzioni hanno indicato contatti tra Orcel e Milleri con al centro la quota di Delfin in Mps. E, come spesso accade, alla prima ipotesi se ne è agganciata un’altra: se si mette mano a Siena, cambia anche l’equilibrio attorno a Generali, dove gli incroci azionari e le alleanze contano quanto i numeri di bilancio. È qui che la smentita di UniCredit pesa doppio: non nega la fisiologia dei contatti, ma respinge l’idea che ci sia una traiettoria già scritta.

Sul tavolo resta una domanda che il mercato non smette di porsi: perché Mps continua a essere un magnete? Perché è ancora uno snodo chiave nel consolidamento italiano, e perché qualsiasi mossa su Siena ha un valore simbolico (dopo anni di ristrutturazioni) e uno industriale (dimensioni, rete, sinergie possibili). Ma è anche un dossier ad alta complessità politica e regolatoria: non basta voler comprare, bisogna poterlo fare, e poterlo fare alle condizioni giuste. L’esperienza recente di UniCredit con Banco BPM è lì a ricordarlo: l’operazione è stata accantonata dopo una stagione di vincoli e frizioni, con il tema del golden power diventato il convitato di pietra di ogni grande aggregazione.

Ed è proprio sul fattore politico che arriva un messaggio pesante da Francoforte. Il vicepresidente della BCE, Luis de Guindos, intervenendo in sede europea, ha richiamato gli Stati membri: ostacoli e interferenze nelle fusioni bancarie non aiutano l’integrazione finanziaria e vanno in direzione opposta rispetto all’idea di un mercato davvero unico. In altre parole: puoi parlare di unione dei mercati, ma se poi ogni Paese alza barriere quando una banca “straniera” si avvicina a un asset domestico, la teoria non diventa mai pratica. In una frase, il senso politico del passaggio è chiaro: “creare ostacoli politici al consolidamento non è favorevole”.

Il tema non è astratto. Nella partita UniCredit-Banco BPM, la Commissione europea ha già segnalato, in passato, che condizioni nazionali troppo invasive rischiano di collidere con le regole del mercato unico e con l’architettura di vigilanza bancaria dell’eurozona. Il messaggio, sullo sfondo, è una tensione che torna ciclicamente: quanto spazio hanno i governi per “proteggere” campioni nazionali quando l’Europa spinge a creare gruppi più grandi e competitivi? E quanto pesa, nelle scelte industriali, l’idea che un dossier possa trasformarsi in un percorso a ostacoli prima ancora di arrivare al prezzo?

Nonostante la doccia fredda della smentita, una cosa resta difficile da contestare: il consolidamento non è finito, e l’Italia continua a essere un cantiere aperto. Gli analisti lo ripetono da mesi: tra banche di medie dimensioni, efficienze da inseguire e pressione competitiva, l’aggregazione è una traiettoria quasi obbligata. In questa prospettiva, Mps riemerge periodicamente come “pezzo” spendibile in più combinazioni: con BPER, con Banco BPM, o in incastri ancora da scrivere. Il vero ago della bilancia, però, rimane UniCredit: se la prima grande banca italiana resta alla finestra, lo spazio per un terzo polo si allarga; se decide di tornare protagonista, l’intero schema si ridisegna.

Per ora, dunque, la linea ufficiale è una: niente operazioni “per sentito dire”, e nessuna corsa dietro alle ricostruzioni. Ma il mercato, che vive di segnali, continuerà a leggere ogni parola con il bilancino: perché nel risiko bancario spesso conta meno ciò che viene smentito, e molto di più come viene smentito. E quando una banca sente il bisogno di dire pubblicamente che certe voci sono solo rumore, è anche il segno che quel rumore, nel frattempo, stava già facendo prezzo.

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