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Un anno di Trump II: l’America sull’ottovolante del potere

- di: Vittorio Massi
 
Un anno di Trump II: l’America sull’ottovolante del potere
Dodici mesi di decisioni shock, rotture globali e consenso in caduta: il mondo alla prova del tycoon.

A dodici mesi dal giuramento per il suo secondo mandato, Donald Trump ha trasformato la presidenza americana in una macchina di potere iperconcentrata, capace di travolgere consuetudini, alleanze e perfino il linguaggio istituzionale. Mai, nella storia recente degli Stati Uniti, un presidente aveva spinto così in là il perimetro dell’autorità esecutiva, rivendicando apertamente una leadership personale che ha fatto parlare osservatori e avversari di deriva imperiale.

Il ritmo imposto dalla Casa Bianca è stato frenetico, spesso più rapido degli effetti stessi delle decisioni annunciate. Ogni settimana ha portato un decreto, una rottura, una minaccia o una promessa. Un’America in perenne stato di accelerazione, dove la sensazione dominante è che nulla sia più stabile e che tutto possa essere ribaltato nel giro di poche ore.

I sostenitori del presidente descrivono questi dodici mesi come un ritorno all’ordine e alla forza. Rivendicano il controllo del confine meridionale, la fine di quella che definiscono l’egemonia culturale progressista e una politica estera finalmente libera da vincoli multilaterali. Gli oppositori parlano invece di isolamento internazionale, compressione delle libertà civili e uso politico delle istituzioni federali. Due Americhe che non si parlano più, se non per scontrarsi.

In politica interna, la questione migratoria è diventata l’asse centrale del nuovo corso. Le operazioni federali nelle grandi città hanno segnato una svolta visiva e simbolica: agenti in assetto tattico, controlli a tappeto, espulsioni accelerate. Interi quartieri sono stati militarizzati, alimentando tensioni sociali e proteste, mentre la Casa Bianca rivendicava il pugno duro come risposta necessaria a quella che ha definito un’emergenza nazionale.

La giustizia è entrata a pieno titolo nello scontro politico. Grazie presidenziali, indagini mirate e attacchi pubblici a magistrati e funzionari hanno contribuito a creare un clima di intimidazione istituzionale. Secondo il presidente, si tratta di ristabilire l’equilibrio dopo anni di persecuzioni giudiziarie; per i critici, è il segnale più evidente di una separazione dei poteri sempre più fragile.

La guerra all’ideologia woke ha prodotto effetti profondi e duraturi. Università e centri di ricerca hanno subito tagli drastici ai finanziamenti, con conseguenze immediate su progetti scientifici e programmi internazionali. Il messaggio politico è stato chiaro: la cultura, come l’economia, deve allinearsi alla nuova visione della nazione.

Proprio l’economia rappresenta uno dei terreni più controversi del primo anno di Trump II. La grande riforma fiscale, celebrata come una “big, beautiful bill”, ha ridotto la pressione su imprese e redditi più alti, ma ha anche ampliato il deficit e alimentato il dibattito sulla sostenibilità dei conti pubblici. La disoccupazione resta relativamente bassa, ma superiore ai livelli ereditati, mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie.

La svolta protezionistica ha avuto il suo momento simbolico il 2 aprile, il Liberation Day. I dazi sono stati imposti e minacciati come strumento universale di pressione, colpendo alleati storici e partner strategici. Le Borse hanno reagito con volatilità, le catene di approvvigionamento si sono complicate e il costo della vita è salito, soprattutto nei settori più esposti al commercio internazionale.

In politica estera, il secondo mandato ha segnato una rottura ancora più netta rispetto al passato. L’uscita dall’Accordo di Parigi e il progressivo disimpegno da organismi multilaterali hanno sancito la fine del ruolo americano come garante dell’ordine globale. Al suo posto, una diplomazia transazionale, fatta di rapporti bilaterali, minacce e concessioni tattiche.

Il Medio Oriente è stato uno dei teatri più delicati. La fine della guerra a Gaza è stata presentata come un successo storico, ma accompagnata da proposte controverse sul futuro della Striscia. La fase successiva si è rivelata complessa, tra equilibri regionali instabili e tensioni mai sopite.

Il conflitto in Ucraina resta una ferita aperta. Dopo aver promesso una pace rapida, Trump non è riuscito a ottenere una tregua duratura. Il rapporto con Volodymyr Zelensky si è deteriorato pubblicamente, mentre il dialogo con Vladimir Putin ha sollevato interrogativi e sospetti in Europa e a Washington.

L’America Latina è stata teatro di operazioni spettacolari e contraddizioni strategiche. La cattura di Nicolás Maduro ha mostrato la capacità di intervento diretto degli Stati Uniti, ma la scelta di non smantellare il regime ha evidenziato la priorità assegnata agli interessi energetici rispetto alla promozione della democrazia.

Le tensioni con l’Europa rappresentano forse il lascito più dirompente di questo primo anno. Le minacce di uscita dalla Nato, i dazi contro Paesi alleati e l’ipotesi di un’azione sulla Groenlandia hanno incrinato un rapporto considerato per decenni intoccabile. Mai prima d’ora il legame transatlantico era apparso così fragile.

Con l’Iran, la strategia è rimasta ambigua e pericolosa. Dopo i bombardamenti sui siti nucleari, la Casa Bianca ha mantenuto una postura aggressiva senza però sostenere apertamente le proteste interne. Una pistola carica, tenuta sul tavolo, che alimenta l’incertezza regionale.

Il consenso interno riflette questa instabilità. I sondaggi mostrano una maggioranza di americani critica verso l’operato del presidente, soprattutto su economia e immigrazione. Il mito dell’età dell’oro promessa si è scontrato con una realtà più complessa e meno rassicurante.

Scandali, polemiche e tragedie hanno scandito l’anno politico. Dalle chat compromettenti ai vertici della difesa ai dossier mai completamente resi pubblici su Jeffrey Epstein, fino agli attacchi che hanno colpito figure simbolo del mondo conservatore. Ogni episodio ha contribuito a un clima di tensione permanente.

Dopo dodici mesi, una cosa è certa: il secondo mandato di Donald Trump non è una replica del primo, ma un’accelerazione senza freni. Un esperimento di potere che ha già cambiato il volto dell’America e che continua a tenere il mondo sospeso tra stupore, timore e incertezza.

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