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Trump apre la guerra del vino: “Dazi al 200% su champagne e Bordeaux francesi”

- di: Anna Montanari
 
Trump apre la guerra del vino: “Dazi al 200% su champagne e Bordeaux francesi”

Arriva come una minaccia commerciale, ma nasce come uno scontro politico. Donald Trump riporta i dazi al centro della scena internazionale e sceglie un bersaglio altamente simbolico: il vino e lo champagne francesi. Il presidente degli Stati Uniti annuncia tariffe fino al 200% sui prodotti di Parigi diretti al mercato americano, collegando apertamente la misura al rifiuto di Emmanuel Macron di aderire al “Board of Peace” per Gaza, l’iniziativa proposta da Washington per gestire la fase politica successiva alla crisi mediorientale.

Trump apre la guerra del vino: “Dazi al 200% su champagne e Bordeaux francesi”

Il messaggio è diretto e personale, con toni che rompono la diplomazia tradizionale. Trump sostiene che Macron non vuole partecipare e aggiunge che “nessuno lo vuole” perché “lascerà l’incarico molto presto”, trasformando una decisione di politica estera in una pressione pubblica che passa attraverso l’economia. La risposta dell’Eliseo non tarda: le minacce tariffarie vengono definite “inaccettabili”, segnando una linea netta sul principio che gli scambi non possano diventare un’arma di coercizione politica.

Dazi come leva politica e rischio escalation con Bruxelles
La minaccia sui vini francesi ha un valore che va oltre la Francia. Perché colpire champagne e grandi denominazioni significa toccare un settore identitario e strategico, con un peso rilevante sull’export agroalimentare europeo verso gli Stati Uniti. E significa anche rilanciare una modalità già sperimentata durante la prima stagione trumpiana: usare il commercio come strumento di pressione, aprendo un fronte che può estendersi rapidamente ad altri comparti.

La reazione europea si muove su un terreno politico prima ancora che economico. Il presidente del Ppe Manfred Weber afferma che l’Eurocamera potrebbe sospendere l’intesa sulle tariffe con gli Stati Uniti, segnalando la possibilità di una risposta istituzionale che trasformerebbe lo scontro bilaterale in una frizione tra Washington e Bruxelles. Se il confronto dovesse irrigidirsi, lo scenario sarebbe quello di una nuova fase di tensioni commerciali transatlantiche, con effetti potenziali su filiere, prezzi e scambi.

In termini economici, l’impatto di un dazio al 200% è immediato: altera la competitività dei prodotti francesi sul mercato Usa, comprimendo domanda e margini, e spinge distributori e importatori a riorientare le scelte verso alternative meno colpite da tariffe. Ma la posta in gioco è anche reputazionale: colpire beni simbolo significa colpire un pezzo dell’immagine della Francia nel mondo, trasformando la disputa in un caso politico-mediatico.

G7 a Parigi e dossier Russia: diplomazia sotto pressione
Lo scontro sui dazi si intreccia con un contesto diplomatico più ampio. Parigi conferma di aver proposto, in un messaggio privato inviato da Macron a Trump e poi pubblicato dal presidente americano, di ospitare un vertice del G7 a Parigi giovedì dopo Davos. Un appuntamento che, secondo quanto riferito, potrebbe prevedere anche un contatto “a margine” con i russi: un passaggio che rappresenterebbe una novità dopo quasi quattro anni di guerra in Ucraina e che rischia di aprire nuove fratture politiche tra le capitali europee.

In questo quadro, la minaccia tariffaria appare come parte di una strategia più ampia: imporre condizioni, testare la compattezza degli alleati, misurare le reazioni dell’Europa. La logica è quella della pressione multilivello: Gaza, Ucraina, commercio e leadership europea diventano elementi di un unico negoziato informale, condotto spesso più sui social che nei canali diplomatici.
A rafforzare questo stile c’è anche la componente di provocazione mediatica: Trump pubblica su Truth un fotomontaggio che lo ritrae mentre pianta la bandiera degli Stati Uniti in Groenlandia, un gesto che alimenta il clima di sfida e aggiunge tensione su un altro dossier sensibile per l’Europa. Il messaggio è chiaro: la politica estera americana, nella versione trumpiana, si muove per atti di forza comunicativa, non per gradualità istituzionale.

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