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Trump a Davos scuote il mondo: Gaza, Ucraina e lo scontro globale

- di: Bruno Legni
 
Trump a Davos scuote il mondo: Gaza, Ucraina e lo scontro globale

Il ritorno di Donald Trump al Forum economico mondiale ridisegna l’agenda globale tra Gaza, Ucraina, Groenlandia e rapporti tesi con l’Europa.

Il gelo delle Alpi svizzere fa da sfondo a una tempesta politica che nessuno, al World Economic Forum, può più fingere di non vedere. Il ritorno di Donald Trump a Davos non è una semplice presenza simbolica: è un’irruzione. Un evento capace di spostare equilibri, incrinare certezze e rimettere in discussione il fragile ordine multilaterale costruito negli ultimi decenni.

Il Trump che arriva al Forum non è quello del primo mandato. È un leader rafforzato dal consenso elettorale, determinato a imprimere una svolta netta alla politica estera americana e deciso a usare ogni palcoscenico globale per imporre la propria visione. Davos, con la concentrazione di capi di Stato, vertici economici e diplomatici di alto livello, diventa così il teatro ideale.

Il momento più atteso è lo special address previsto per il 21 gennaio. Un intervento che, secondo indiscrezioni, non sarà conciliante. Trump intende parlare di sicurezza, di commercio e di pace, ma secondo un vocabolario tutto suo, fatto di pressioni, avvertimenti e linee rosse tracciate senza mezzi termini.

Al centro dell’agenda americana c’è la nascita del Board of Peace, il nuovo organismo promosso da Washington per la gestione del dopoguerra a Gaza. Un’iniziativa che Trump vuole lanciare ufficialmente proprio a Davos, sfruttando la presenza simultanea di numerosi leader mondiali. Alla guida del progetto, due figure a lui vicinissime, chiamate a garantire una regia strettamente statunitense.

“La pace non si costruisce con le dichiarazioni, ma con decisioni rapide e vincolanti”, è il messaggio che filtra dall’entourage americano. Una linea che preoccupa più di una capitale europea, timorosa che il nuovo organismo finisca per aggirare le tradizionali sedi multilaterali e concentrare il potere negoziale nelle mani di Washington.

Il dossier Gaza, però, non è l’unico terreno scivoloso. A Davos pesa anche l’ombra lunga della guerra in Ucraina. Volodymyr Zelensky arriva con un obiettivo chiaro: ottenere garanzie di sicurezza più solide e un impegno duraturo da parte dei Paesi occidentali. Il presidente ucraino sa che il dialogo con Trump sarà decisivo, ma anche imprevedibile.

La presenza, annunciata ma non ufficializzata, di emissari russi alimenta tensioni sotterranee. Sarebbe la prima volta, dopo anni di isolamento, che figure vicine al Cremlino tornano a muoversi nei corridoi di Davos. Un segnale che molti interpretano come una possibile apertura, altri come una provocazione diplomatica sotto l’ombrello americano.

In incontri riservati, lontani dai riflettori ufficiali del Forum, i consiglieri per la sicurezza nazionale di diversi Paesi si sono confrontati non solo sull’Ucraina, ma anche su una questione che fino a poco tempo fa sembrava fantapolitica: la Groenlandia.

Trump non ha mai nascosto la sua ambizione di portare l’isola artica sotto l’influenza statunitense. Anzi, l’ha rilanciata con toni ancora più duri, arrivando a evocare pressioni economiche e ritorsioni commerciali contro chi si opponesse. Una posizione che ha spinto la Danimarca a rafforzare la propria presenza militare sul territorio e a ridimensionare il proprio ruolo pubblico a Davos.

“La sicurezza dell’emisfero occidentale non è negoziabile”, è la frase che più di tutte sintetizza l’approccio americano. Parole che suonano come un avvertimento diretto all’Unione europea, già alle prese con il rischio di nuovi dazi e con un rapporto transatlantico sempre più complesso.

I leader europei cercano di fare quadrato. Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si muovono tra incontri ufficiali e colloqui informali con un obiettivo comune: evitare una rottura frontale con Washington, ma allo stesso tempo fissare paletti chiari su commercio, sicurezza e rispetto delle alleanze.

La Nato osserva con attenzione. Il segretario generale Mark Rutte è impegnato in una delicata opera di mediazione, consapevole che ogni strappo rischia di indebolire l’unità dell’Alleanza in un momento storico segnato da conflitti aperti e instabilità crescente.

In questo scenario, Davos perde definitivamente i contorni rassicuranti del forum economico e assume quelli di un vertice geopolitico permanente. Le questioni finanziarie restano sul tavolo, ma vengono oscurate da un’agenda dominata da sicurezza, guerra, pace e competizione strategica.

Trump sfrutta ogni occasione per ribadire la sua visione: meno diplomazia tradizionale, più rapporti di forza. Meno compromessi multilaterali, più accordi bilaterali costruiti sulla leva economica. Una filosofia che divide profondamente i partecipanti al Forum e che rende ogni incontro potenzialmente esplosivo.

Non è escluso che, nelle prossime ore, faccia la sua comparsa anche Giorgia Meloni, in un contesto in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di cerniera tra Europa e Stati Uniti. Una presenza che, se confermata, aggiungerebbe un ulteriore tassello a un mosaico già estremamente complesso.

Una cosa, però, appare certa: Davos 2026 non passerà alla storia come un’edizione qualunque. Il “ciclone Trump” ha già cambiato il clima del Forum, trasformandolo in uno spazio di confronto duro, talvolta spietato, dove il futuro dell’ordine globale non viene solo discusso, ma messo apertamente in discussione.

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