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Terrorismo: Francia, il maglio del governo sulle associazioni islamiche

- di: Diego Minuti
 
Pretende una immediata risposta dello Stato la Francia sconvolta dall'uccisione del professore Samuel Paty, assassinato venerdì scorso, in una strada di Conflans-Sainte-Honorine, da un ragazzo musulmano appena diciottenne, originario della Cecenia, che lo ha prima accoltellato e poi decapitato, filmando con un telefono cellulare la sua ''impresa'' per postare il video sui social a distanza di pochi secondi.

L'impressione e l'orrore non sembrano scemare con il passare dei giorni, anzi la rabbia della gente aumenta con il crescere della consapevolezza che il gesto del giovane terrorista è stato favorito dall'esistenza di una ramificata rete di predicatori islamici che, troppo spesso, divengono anche propalatori di idee estremistiche alimentate da un integralismo che, con sempre maggiore evidenza, appare eterodiretto.

E i sospetti guardano in quei Paesi del Golfo che, abbracciato l'islam wahabita, guardano con sospetto, e troppo spesso con astio che sfocia nell'intolleranza, i sostenitori di un islam moderato.
Per questo non è giunta inattesa la forte presa di posizione del ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, che, nel corso di una intervista resa questa mattina a Europe 1, ha annunciato che proporrà ai suoi colleghi di gabinetto lo scioglimento di associazioni o organizzazioni che, a suo avviso, sostengono la deriva integralista dell'islam francese.

A cominciare dal Collettivo contro l'islamofobia in Francia (Ccif, questa la sua sigla) che, ha sottolineato il ministro Darmanin, senza fare trasparire il minimo dubbio sulla portata delle sua affermazioni, è ''ovviamente coinvolto'' nell'uccisione di Paty, professore di storia e geografia, cui è stato fatto pagare con la vita l'avere ''osato'' mostrare in classe le vignette di Charlie Hebdo sul profeta Maometto con il solo scopo di avviare, con i suoi studenti, un confronto, civile e approfondito, sui temi della tolleranza.

Ma, per Gérard Darmanin, il provvedimento di scioglimento deve essere applicato anche ad altri altre associazioni islamiche che, senza tanti giri di parole, ha bollato come ''nemiche della Repubblica''. A cominciare dall'ong BarakaCity, il cui fondatore, Idriss Sihamedi, è stato arrestato mercoledì scorso (comparirà in tribunale il 4 dicembre per rispondere di ''molestie), dopo una denuncia presentata da Zohra Bitan, editorialista di Radio Montecarlo, blogger ed esponente della sinistra francese. Zohra Bitan, 56 anni, è figlia di immigrati algerini e sposata ad un ebreo. In occasione agli attacchi a Charlie Hebdo ed alla condizione in cui sono costretti a vivere e lavorare i giornalisti del magazine, ha avuto parole durissime contro l'estremismo religioso di matrice islamica.

Il Collettivo contro l'islamofobia in Francia (costituito nel 2003 con l'obiettivo di fornire assistenza legale a persone che ritengono di essere vittime di atti illegali collegati alla loro fede islamica), immediatamente dopo l'uccisione del docente di Conflans-Sainte-Honorin, è stata all'attenzione delle autorità di polizia. In particolare, il Ccif è accusato di avere sostenuto, dopo la ''lezione' sulle vignette ritenute offensive nei confronti di Maometto, la campagna di diffamazione sui social nei confronti del professor Paty fatta partire dal padre (musulmano) di una studentessa del docente. Una campagna che, dicono oggi gli inquirenti, ha creato le condizioni per l'aggressione al professore.

Il padre della studentessa, indicato solo coin il nome, Brahim, e l'iniziale del cognome, C., ha fatto appello proprio al Collettivo contro l'islamofobia chiedendo di spalleggiarlo nell'aggressione via social al prof.Paty. Brahim C., su Facebook, il 7 ottobre, ha fatto appello ai suoi ''fratelli e sorelle'' musulmani per scatenare una campagna di delegittimazione del professore Paty, non solo sui social, ma anche scrivendo, contro il docente, alla sua scuola, all'Ispettorato scolastico, e persino ''al ministro dell'Istruzione ed al presidente (Macron, ndr)''.

Il messaggio del 7 ottobre è stato seguito da un altro, l'11 ottobre, dai medesimi contributi. Una serie di iniziative che il ministro Darmanin ha definito una ''fatwa'' contro l'insegnate. E' chiaro che ora la Francia ''ufficiale'' intende muoversi su più piani, perché episodi come l'uccisione del docente non si ripetano. Ma non è facile, perché il garantismo di cui il Paese fa una delle colonne della Repubblica pone dei limiti invalicabili, che si possono sintetizzare come il totale rispetto della libertà personali, tra le quali quella d'espressione è la principale. Però ora le istituzioni francesi devono decidere se le attività del Collettivo contro l'islamofobia rientrano in quelle di giusta tutela di chi, musulmano, si vede discriminato o subisce violenze per la sua religione, oppure sono il paravento dietro il quale si celano mestatori, pronti a sfruttare la debolezza di soggetti che, per la loro storia personale, sono facilmente condizionabili, al limite della manipolazione.

Forse più che in passato, in occasione di episodi ancora più cruenti e dolorosi, la questione si pone oggi con maggiore intensità. Si sapeva da tempo che, mascherandoli da semplici sermoni, alcuni chierici islamici portano avanti le teorie più estremistiche dell'islam wahabita, che ha forti e costanti puntelli economici. Forse non predicano il terrorismo come strumento di affermazione dell'islam, ma certo alzano il livello di recriminazione di chi ascolta le loro parole come se venissero direttamente da Allah. E quando questo accade, e la mente che ascolta queste sollecitazioni appartiene ad un giovane inesperto e suggestionabile, il pericolo che un'idea si tramuti in violenza è in agguato.
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