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Stipendi contro carovita: dieci anni persi e salari sempre più fragili

- di: Matteo Borrelli
 
Stipendi contro carovita: dieci anni persi e salari sempre più fragili
Prezzi più veloci delle buste paga, salari reali in caduta e il modello contrattuale sotto accusa.
 
Un decennio di rincorse finite male. I salari italiani crescono, ma non abbastanza. E soprattutto non abbastanza in fretta. Tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti del settore privato hanno registrato un aumento nominale del 14,7%, fermandosi nel 2024 a una media annua di 24.486 euro. Nel pubblico l’incremento è stato ancora più contenuto, pari all’11,7%, con una retribuzione media di 35.350 euro. Numeri che, confrontati con l’andamento dei prezzi, raccontano una storia diversa: nello stesso periodo l’inflazione ha raggiunto il 20,8%, erodendo il valore reale degli stipendi.

In altre parole, anche quando la busta paga è aumentata, la capacità di spesa si è ridotta. Un fenomeno che non riguarda solo singole categorie, ma attraversa l’intero mercato del lavoro, pubblico e privato. La perdita di potere d’acquisto è diventata strutturale e si è accentuata negli anni successivi alla pandemia, quando il costo dell’energia, dei beni alimentari e dei servizi essenziali ha accelerato più velocemente dei rinnovi contrattuali.

Il quadro peggiora se si guarda alle sole retribuzioni contrattuali, quelle fissate dai contratti collettivi nazionali. Tra il 2019 e il 2024 l’aumento nominale delle paghe di riferimento è rimasto indietro di oltre nove punti percentuali rispetto all’inflazione. Un divario che fotografa con chiarezza il limite di un sistema basato su rinnovi distanziati nel tempo, spesso bloccati da lunghe trattative.

La distanza tra salari e prezzi non ha però colpito tutti allo stesso modo. Le famiglie a reddito medio-basso hanno beneficiato in misura maggiore degli interventi pubblici: riduzioni fiscali, bonus temporanei e sostegni mirati hanno attenuato l’impatto dell’inflazione, arrivando in alcuni casi a compensarlo quasi del tutto. Una rete di protezione che ha permesso a queste fasce di non vedere crollare il potere d’acquisto, nonostante una dinamica salariale debole.

Diversa la situazione per i redditi medio-alti. Qui il mercato ha garantito incrementi più robusti, ma l’assenza di misure compensative e la maggiore esposizione ai costi dei servizi ha prodotto una perdita reale più marcata. Il risultato è un riequilibrio paradossale: chi guadagna meno è stato protetto dallo Stato, chi guadagna di più ha perso terreno rispetto all’inflazione.

Il tema ha riacceso il confronto sul modello contrattuale. Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, i dati parlano chiaro: “Il sistema attuale non ha difeso il potere d’acquisto dei salari. Rinnovare i contratti ogni tre o quattro anni non è più compatibile con la velocità dell’inflazione. Serve una contrattazione quasi annuale che garantisca il recupero certo dei prezzi”. Una presa di posizione che punta a ridurre drasticamente gli intervalli tra un rinnovo e l’altro, soprattutto per la parte economica.

La discussione non riguarda solo i tempi, ma anche la struttura della contrattazione. In Italia il peso del contratto nazionale resta centrale, mentre la contrattazione di secondo livello è ancora poco diffusa, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Questo limita la possibilità di legare gli aumenti salariali alla produttività e ai risultati aziendali, rendendo più rigida la risposta alle fasi di inflazione elevata.

Un altro fronte critico è quello delle disuguaglianze di genere. Nel settore privato le donne continuano a percepire retribuzioni sensibilmente inferiori rispetto agli uomini. Nel 2024 la retribuzione media annua femminile si attesta a 19.833 euro, contro quasi 28 mila euro per gli uomini. Un divario che resta vicino al 30%, nonostante una crescita percentuale delle retribuzioni femminili superiore a quella maschile nell’ultimo decennio.

Il cosiddetto gender pay gap è spiegato solo in parte dal minor numero di giornate lavorate dalle donne. Pesano anche la maggiore diffusione del part-time involontario, le interruzioni di carriera legate alla maternità e una minore presenza nelle posizioni apicali. Fattori che continuano a comprimere i redditi femminili e a rendere più fragile il loro potere d’acquisto.

Negli ultimi due anni, tuttavia, si intravedono segnali di recupero delle retribuzioni reali. La discesa dell’inflazione e l’effetto ritardato di alcuni rinnovi contrattuali hanno permesso un lieve miglioramento, che però non basta a colmare le perdite accumulate nel decennio precedente. Il saldo resta negativo e il terreno perso non è stato recuperato.

Alla base del problema c’è la bassa produttività del lavoro, uno dei nodi storici dell’economia italiana. Settori a basso valore aggiunto, dimensione ridotta delle imprese e ritardi nell’innovazione tecnologica limitano la capacità di generare crescita salariale stabile. Senza un salto di qualità sul fronte della produttività, gli aumenti rischiano di restare episodici e insufficienti.

Secondo Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, il confronto con le associazioni datoriali è inevitabile: “Stiamo discutendo del modello contrattuale e del recupero del potere d’acquisto. Ma senza un aumento della produttività il problema non si risolve. Per questo puntiamo sulla contrattazione di secondo livello”. Un approccio che mira a distribuire parte dei guadagni aziendali direttamente ai lavoratori.

Il rischio, altrimenti, è quello di una normalizzazione della perdita salariale. Un processo lento ma costante, che riduce la capacità di spesa, frena i consumi e incide sulla qualità della vita. La questione dei salari diventa così non solo economica, ma anche sociale e politica, con effetti diretti sulla coesione del Paese.

Il messaggio che emerge è chiaro: senza una revisione profonda delle regole della contrattazione e senza un rilancio della produttività, il lavoro continuerà a valere meno. E il conto, ancora una volta, sarà pagato dai salari.

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