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Ristoratrice suicida: la morte in diretta nell'epoca degli odiatori alla tastiera

- di: Redazione
 
Ristoratrice suicida: la morte in diretta nell'epoca degli odiatori alla tastiera
La morte che si è autoinflitta la ristoratrice Giovanna Pedretti - sempre che questa prima ipotesi degli inquirenti sia confermata dagli accertamenti, sia clinici che sul suo telefono cellulare, per chiarirne gli spostamenti - non può essere liquidata come il drammatico epilogo di una vicenda ancora oscura e sulla quale, comunque, non riteniamo di doverci soffermare. Ma, per necessità, dobbiamo ricordare che la donna aveva reso noto il testo di una recensione in cui un cliente del suo ristorante aveva lamentato il fatto di avere consumato la sua cena accanto a disabili e gay e per questo di avere provato disagio.
La sua piccata risposta aveva dapprima generato centinaia di messaggi di plauso che però, anche per la volubilità del genere umano, si sono trasformati in una marea di critiche, insulti e quant'altro quando qualcuno ha sollevato dubbi sul messaggio del ''cliente'', rivelandone alcune incongruenze grafiche che lo bollerebbero come falso.
Con la naturale considerazione, seppure non manifestamente espressa, che forse si era trattato di una manovra promozionale, che voleva fare leva sulla naturale solidarietà a persone non sempre tutelate, come appunto portatori di handicap o omosessuali.

Ristoratrice suicida: la morte in diretta nell'epoca degli odiatori alla tastiera

Il tempo (e i tecnici informatici cui, probabilmente, farà ricorso la magistratura) ci diranno cosa è realmente accaduto. Ma oggi dobbiamo parlare, per l'ennesima volta, di come ormai i social siano ridotti ad una macchina che, se è capace di incensare qualcuno o di creare dei miti (che, però, come Icaro, e le sue ali posticce sciolte dal sole, possono precipitare nel volgere di poco tempo, come ci insegna la cronaca di queste settimane), allo stesso modo, se non peggio, può distruggere una immagine.

E poco importa se, ad una reputazione, corrisponde una persona, che ha un'anima, una sensibilità, magari una famiglia cui rendere conto o più in generale al resta della comunità. Più avanti sapremo se Giovanna Pedretti si è tolta la vita e, magari, anche perché. Quello che è invece evidente è che contro di lei si è scatenata una campagna di vero e proprio odio.

Non riprovazione e nemmeno contestazione, proprio odio quando ancora le cose non erano chiare, come peraltro non lo sono ancora oggi.
Forse chi, per il numero dei suoi followers o come diamine si chiamino oppure per godere di una tribuna privilegiata (magari perché personaggio televisivo o comunque ''famoso''), si sente autorizzato ad esprimere giudizio o verdetti, prima di manifestare dubbi o lanciare, accuse dovrebbe avere delle certezze.
Dire che un testo è farlocco (oppure ''non dirlo'', trincerandosi furbescamente dietro qualche condizionale) purtroppo è come emettere una sentenza che, al contrario di quelle di un tribunale, non ha alcun obbligo di rispetto della verità e si basa solo sul proprio giudizio.
Dire che forse quel post commentato da Giovanna Pedretti (lodata persino da un ministro) non era attendibile di fatto ha scatenato una caccia all'uomo telematica. Poco importa che la ristoratrice abbia manipolato la verità per un suo tornaconto o che, invece, il post che lei ha reso pubblico fosse realmente stato vergato da un ''simil-cretino''.

Quello che resta intollerabile è che una persona sia etichettata nella peggiore delle maniere solo basandosi su un sospetto oppure sul giudizio di un ''opinion maker'' che, vivaddio, è una persona, quindi fallibile.
E' forse arrivato il momento che il Paese e per esso i suoi governanti decidano cosa fare del mondo social, con le relative piattaforme che sembrano non riuscire a frenare l'intolleranza. E' di tutta evidenza che le leggi che ci sono si sono dimostrate inefficaci e che, quindi, ce ne vogliano altre, non per mettere un bavaglio a chi frequenta i social, ma per stroncare un fenomeno che può colpire tutti, ciascuno di noi, senza esclusione, magari solo per essere biondi o bruni, belli o brutti, o soltanto un comodo bersaglio, non potendosi difendere.
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