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Rigenerazione urbana, ci vuole una legge nazionale

- di: Sandro Simoncini

Quanto sia complesso varare una legge nazionale su materie in cui lo Stato concede ampie deleghe normative agli enti locali è di tutta evidenza. Un esempio per certi versi clamoroso si è avuto in questi anni con il provvedimento per arrestare il consumo di suolo in Italia: varata pur tra mille correzioni e limature dalla Camera dei deputati, la legge si è arenata dopo estenuanti dibattiti nelle commissioni del Senato a causa dell’impossibilità di trovare una strada giuridicamente e fattivamente percorribile. Le Regioni hanno messo in discussione la stessa legittimità del Parlamento a pronunciarsi sulla materia, rivendicando tutta una serie di specificità locali di cui tenere conto e di fronte alle quali, secondo Costituzione, la potestà legislativa dello Stato deve lasciare il passo a quella dei singoli territori. In pratica, chi tiene le redini degli enti locali sostiene che si potrebbe al massimo produrre una legge-quadro che fissi dei principi di massima senza però arrivare a condizionare le scelte di ciascun territorio.

Mutatis mutandis, le stesse perplessità vengono sollevate quando si affronta il tema della rigenerazione urbana, altro campo di interesse concorrenziale per il quale le Regioni e, a cascata, i Comuni rivendicano diritto di priorità rispetto all’amministrazione centrale. Che l’iniziativa parlamentare abbia perso nel tempo forza e slancio è indubbio: la percezione di credibilità delle istituzioni nel loro complesso ha raggiunto minimi storici e mai come ora, probabilmente, l’asse tra potere esecutivo e legislativo appare così nettamente sbilanciato a favore del primo. Ma è altrettanto indiscutibile che la deriva centrifuga dello Stato vada in qualche modo temperata: troppo spesso, infatti, anche osservatori non particolarmente attenti percepiscono come il governo del territorio risponda quasi esclusivamente a logiche che poco o niente hanno a che vedere con gli interessi della collettività.

Non sono pochi i casi in cui l’espressione rigenerazione urbana è stata artatamente utilizzata per mascherare leggi che, lette con un occhio critico ed esperto, somigliano molto a moderne forme di condono edilizio. Quelli varati nel 1985, 1994 e 2003, pur con tutto il loro bagaglio di polemiche, avevano quantomeno il merito di presentarsi per quello che erano: provvedimenti pensati allo scopo di far affluire denaro nelle casse statali, permettendo al contempo di legalizzare un enorme tessuto urbanistico-abitativo che era stato per troppo tempo lasciato ingovernato e affidato a fenomeni spontaneistici e di cui, evidentemente, non era più possibile sbarazzarsi con un colpo di spugna. Certo, lo Stato, soprattutto con la prima legge del 1985, avallò abusi ben oltre i limiti del buon senso e, in un certo qual modo, utilizzò tale strumento anche per lavarsi la coscienza da una fallimentare gestione delle politiche di edilizia popolare. Ed è anche vero che pure quei provvedimenti rispondevano a logiche di consenso: come leggere altrimenti il dato delle oltre 15 milioni di domande di sanatoria pervenute?

Ma, con tutti i limiti e le storture del caso, lo Stato fece lo Stato e assunse su di sé la responsabilità di indirizzare e governare una materia tanto delicata. La volontà di riprendere in mano le redini su certe questioni da parte dell’amministrazione centrale è visibile anche da quanto è stato fatto di di recente, basti pensare al nuovo codice degli appalti o alle norme per uniformare le definizioni edilizie. Si è ben compreso, finalmente, che non si tratta di tornare a politiche dirigiste che sviliscano le prerogative degli enti locali, quanto di fornire un quadro legislativo chiaro e puntuale che possa fungere da punto di riferimento anche per chi si trova dall’altra parte rispetto alla pubblica amministrazione. Un imprenditore che vuole allargare il proprio raggio d’azione al di là del cortile di casa o un investitore straniero che progetta un’operazione in Italia come reagiscono posti di fronte a un insieme normativo così complicato e farraginoso? Nove volte su dieci abbandonando qualsiasi velleità di espansione, il primo, e decidendo di dirottare altrove le proprie risorse, il secondo.

Un quadro normativo chiaro e uniforme è fondamentale per attrarre investimenti privati, vitali per mettere in piedi un ampio ventaglio di politiche di riqualificazione in una fase di enorme difficoltà per le casse pubbliche, ma è imprescindibile anche per evitare di incappare negli errori del passato. Si pensi all’urbanistica contrattata, i cui rigurgiti sono ben presenti ancora oggi. Un fenomeno diretta conseguenza della decisione da parte dello Stato centrale di aumentare notevolmente le deleghe in materia di governo del territorio agli enti locali, in particolare dopo l’elezione dei primi consigli regionali a statuto ordinario del 1970.

Un poco alla volta, la politica del decentramento delle competenze si è trasformata in una sorta di deregolamentazione complessiva di cui soprattutto i Comuni sono stati allo stesso tempo artefici e vittime. Incapaci di dare risposte tempestive ed efficaci alla crescita esponenziale della richiesta di sistemazioni abitative a costi ragionevoli, gli amministratori delle città italiane hanno spesso finito con il dare mano libera a un’iniziativa privata non di rado mossa esclusivamente dalla logica della speculazione e del profitto. Il soggetto pubblico, deputato a governare una materia così impattante per la vita dei cittadini a tutti i livelli, ha di fatto smesso di essere un interlocutore credibile dell’imprenditoria, finendo per autodelegittimarsi agli occhi della collettività e per abdicare completamente al ruolo di controllo cui è preposto dalla legge e dalla logica.

In reazione a tutto questo, però, cominciano a farsi strada nuove consapevolezze: da una parte quella degli intellettuali e degli specialisti delle politiche urbanistiche, consci che la rigenerazione dell’esistente, in particolare delle periferie e delle aree più degradate, non è solo il tema da cui ripartire ma intorno al quale sviluppare un vero e proprio circolo virtuoso; dall’altra quella dei cittadini, sempre più orientati a scegliere realtà abitative qualitativamente migliori e non più disposti a svenarsi per abitare alle estreme propaggini di una città. Anche perché, in molti casi, l’attrattiva occupazionale o scolastica dei grandi centri urbani è venuta meno o si è assai ridotta, segnando il passo rispetto a realtà di dimensioni più contenute ma di maggior dinamismo. Ecco che la necessità di agire su quanto edificato in modo disordinato o addirittura scellerato non può essere più procrastinata. E occorre farlo seguendo le linee di una legge organica valida su tutto il territorio nazionale.

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