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Pnrr, settima rata da 13,6 miliardi: il decreto del Mef e la sfida della spesa

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Pnrr, settima rata da 13,6 miliardi: il decreto del Mef e la sfida della spesa

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze segna un nuovo passaggio del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Con atto datato 17 settembre, il Tesoro ha preso atto dell’erogazione della settima rata, pari a 13,67 miliardi di euro, nell’ambito del prestito siglato tra l’Italia e la Commissione europea. Il totale delle risorse già affluite nelle casse pubbliche supera così 122,6 miliardi.

Pnrr, settima rata da 13,6 miliardi: il decreto del Mef e la sfida della spesa

Non si tratta di un semplice accredito contabile. Ogni tranche del programma Next Generation EU arriva solo dopo che Bruxelles ha verificato il rispetto delle riforme e degli obiettivi concordati. La settima rata certifica dunque che l’Italia, almeno sul piano formale, ha rispettato i target richiesti.

Credibilità e vincoli europei
Il dato ha un impatto immediato sulla credibilità del Paese. A Bruxelles il Pnrr è visto come una prova generale di affidabilità: ogni traguardo raggiunto offre garanzie che l’Italia non si limiti a chiedere fondi, ma sia capace di realizzare trasformazioni strutturali. Eppure la sfida più complessa non è ottenere l’erogazione, ma dimostrare di saper spendere e rendicontare in maniera efficace.

L’esperienza delle prime sei rate lo dimostra: i flussi arrivano puntuali, ma la capacità di spesa resta disomogenea. Alcuni ministeri e territori accelerano, altri accumulano ritardi che rischiano di compromettere i risultati complessivi.

La sfida della messa a terra
I 13,6 miliardi della settima rata sono vincolati a interventi che spaziano dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione alla transizione energetica, dalle infrastrutture materiali a quelle sociali. In gioco c’è la possibilità di stimolare investimenti aggiuntivi per il settore privato e di rafforzare la produttività di lungo periodo.

Ma qui emerge la fragilità italiana: la lentezza delle procedure, le difficoltà burocratiche, la carenza di personale tecnico negli enti locali. Il rischio è che le risorse restino sulla carta, erodendo nel tempo l’effetto macroeconomico che Bruxelles si attendeva dal Recovery.

Effetti macroeconomici attesi
Se i fondi venissero utilizzati con efficacia, il Pnrr potrebbe incidere in modo rilevante sulla traiettoria del Pil. I modelli della Commissione stimano un impatto cumulato di alcuni punti percentuali sulla crescita nell’arco del decennio. Ma perché questo accada occorre che gli investimenti non sostituiscano la spesa ordinaria, bensì si aggiungano ad essa, moltiplicando opportunità per imprese e lavoratori.

Un punto cruciale riguarda anche la sostenibilità del debito. Ogni rata contribuisce a finanziare progetti che, almeno in parte, dovrebbero aumentare il potenziale di crescita e dunque migliorare il rapporto tra debito e Pil. Senza risultati tangibili, l’Italia rischierebbe di ritrovarsi con un debito ancora più alto ma senza la spinta aggiuntiva alla produttività.

Il riflesso politico
Sul piano interno, il governo rivendica il risultato come prova di affidabilità europea. La premier Meloni e il ministro Giorgetti potranno sottolineare che l’Italia continua a rispettare i traguardi concordati con Bruxelles, nonostante le tensioni politiche interne e le critiche dell’opposizione. Ma la vera prova sarà nei prossimi mesi, quando il dibattito si sposterà dalla certificazione delle rate alla valutazione degli effetti reali sull’economia.

L’opposizione, dal canto suo, insiste sul rischio che i miliardi restino inutilizzati o che siano spesi senza una strategia coerente di sviluppo. Le parti sociali, intanto, guardano al Pnrr come a un’occasione per aprire cantieri, creare lavoro stabile e migliorare i servizi pubblici.

Un banco di prova per il Paese
La settima rata è dunque più di un passaggio amministrativo: rappresenta un banco di prova su cui si misurano la capacità amministrativa e la tenuta politica del Paese. I numeri di Gazzetta raccontano di fondi già disponibili; resta da vedere se l’Italia riuscirà a trasformarli in crescita reale, in infrastrutture moderne, in servizi migliori per cittadini e imprese.

Perché se il Pnrr rimarrà un esercizio contabile, l’Italia avrà perso un’occasione storica. Se invece diventerà un piano realmente trasformativo, allora i 13,6 miliardi appena sbloccati non saranno soltanto una cifra scritta in un decreto, ma un pezzo di futuro conquistato.

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