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Il mondo dei 3mila super-ricchi: 18.300 mid e la democrazia a rischio

- di: Bruno Coletta
 
Il mondo dei 3mila super-ricchi: 18.300 mid e la democrazia a rischio

Rapporto Oxfam, a Davos il conto della disuguaglianza: fortune in accelerazione, povertà che non arretra e potere politico sempre più “a pagamento”. 

Il termometro è impietoso: la ricchezza dei miliardari corre, la povertà resta inchiodata (e in alcune aree riprende quota), mentre la politica sembra sempre più sensibile al tintinnio dei portafogli. Nel giorno in cui si apre il World Economic Forum di Davos, il nuovo rapporto di Oxfam mette in fila numeri e conseguenze: nel 2025 la ricchezza complessiva dei super-ricchi sarebbe arrivata a 18.300 miliardi di dollari, concentrata nelle mani di poco più di 3.000 miliardari.

Il dato che fa sobbalzare è la velocità: secondo l’analisi, nel 2025 le fortune dei miliardari sono cresciute di oltre 16%, un ritmo ben superiore alla media recente. E l’effetto cumulato è ancora più clamoroso: dal 2020 l’aumento sarebbe stato dell’81%. Nel frattempo, avverte Oxfam, quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà e circa una persona su quattro non ha cibo a sufficienza con regolarità.

La fotografia è globale, ma la cornice è chirurgica: Davos, da oggi 19 gennaio al 23 gennaio 2026, chiama leader politici, manager e società civile a discutere sotto il tema di un “spirito di dialogo”. E proprio mentre il salotto alpino prova a darsi l’aria del confronto, il rapporto insiste su una domanda più ruvida: chi scrive davvero le regole del gioco economico?

Qui la denuncia diventa politica: per Oxfam la ricchezza non è solo denaro, è leva. E la leva, nei sistemi democratici, può trasformarsi in scorciatoia. L’organizzazione stima che oggi un miliardario abbia 4.000 volte più probabilità di ricoprire incarichi pubblici rispetto a un cittadino “medio”. Tradotto: non è più solo lobbying, è accesso strutturale al potere.

Il rapporto lega questo squilibrio a un rischio preciso: erosione di diritti, compressione delle libertà, terreno fertile per derive autoritarie. E porta anche un indicatore simbolico (e inquietante): la quota di popolazione che vive in autocrazie è cresciuta sensibilmente negli ultimi due decenni, mentre la “massa critica” delle democrazie si è assottigliata.

È in questo punto che entrano le voci. Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, sintetizza con un’immagine tagliente: "Siamo di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia". L’accusa, prosegue, è che molti governi finiscano per proteggere un’élite, restringendo spazi e diritti di chi fatica a tenere insieme spesa, lavoro e servizi essenziali.

Sullo sfondo c’è anche un altro nervo scoperto: gli aiuti internazionali. L’analisi rilancia l’allarme sui tagli decisi da vari governi nel 2025, che nei Paesi più poveri potrebbero tradursi in un aggravio drammatico di morti evitabili entro il 2030. Non è solo un tema umanitario: quando i sistemi sanitari e alimentari cedono, cedono anche stabilità e istituzioni.

Poi c’è la questione “chi paga e chi incassa”, che nel 2026 torna a essere la domanda più scomoda del tavolo. Secondo una ricostruzione internazionale legata al report, l’impennata più recente sarebbe avvenuta in parallelo a politiche giudicate favorevoli ai grandi patrimoni negli Stati Uniti, con effetti che si propagano oltreconfine: tassazione più leggera per i super-ricchi, freni agli sforzi globali di tassare in modo più efficace le grandi multinazionali, e un’attenzione più morbida verso i colossi con potere di mercato.

A spingere i patrimoni, inoltre, c’è la finanza che “premia” l’innovazione: le valutazioni in crescita del comparto intelligenza artificiale hanno generato nuovi rialzi per chi era già dentro, spesso con capitali enormi. La dinamica è nota: la tecnologia accelera, ma i rendimenti si concentrano dove la ricchezza è già più densa.

Nel racconto di queste settimane emerge anche un altro canale di influenza: l’informazione. Il report richiama il peso crescente di magnati e grandi patrimoni nella proprietà dei media tradizionali e delle piattaforme digitali, un tema che intreccia pluralismo, agenda pubblica e capacità di orientare il consenso. Se la ricchezza compra voce, il rischio è che la voce degli altri venga “scontata” fino a diventare un rumore di fondo.

Eppure, fuori dalle sale ovattate, la temperatura sociale sale. In vari Paesi, soprattutto tra Africa, Asia e America Latina, si sono moltiplicate proteste guidate da giovani contro carovita, disoccupazione, corruzione e austerità. Uno dei coautori del rapporto, Max Lawson, avverte che la scelta dei governi spesso appare rovesciata: proteggere i patrimoni più che la libertà, reprimere la rabbia invece di redistribuire. "Stanno scegliendo la regola dei ricchi", è il senso della sua critica.

Da qui le proposte, che Oxfam porta sul tavolo con un elenco che suona come un programma anti-oligarchico: piani nazionali di riduzione delle disuguaglianze, tasse più incisive sui grandi patrimoni, e soprattutto barriere più robuste tra denaro e politica, con regole più severe su lobbying e finanziamenti. Il messaggio è semplice e brutale: se il potere si compra, la democrazia diventa un servizio premium.

La domanda finale, però, non è contabile: è civile. Davos si apre con l’idea di dialogo, ma la disuguaglianza raccontata da Oxfam sembra già una trattativa truccata. O si ridà ossigeno alla mobilità sociale e alla qualità dei servizi pubblici, o il baratro diventa sistema. E un sistema così, prima o poi, presenta il conto: nelle urne, nelle piazze, nelle istituzioni.

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