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La nuova America: quella della paura e del boia di Stato

- di: Bruno Coletta
 
La nuova America: quella della paura e del boia di Stato
Record di esecuzioni in Florida e una grazia all’ultimo in Oklahoma: il nuovo volto feroce della giustizia americana.

L’America attraversata da una crescente rabbia sociale e da un impulso punitivo senza precedenti mostra oggi un volto ancora più duro. In poche ore, il Paese ha affiancato due immagini opposte: da un lato la sedicesima esecuzione dell’anno in Florida; dall’altro una grazia concessa poco prima dell’iniezione letale in Oklahoma. È lo specchio di una nazione lacerata da due culture giudiziarie, due velocità, due idee di giustizia.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rafforzato un clima che vede nella pena di morte non solo uno strumento, ma un simbolo identitario. È l’America impaurita, più che coraggiosa: un Paese che cerca sicurezza nella punizione estrema e nella spettacolarizzazione della forza.

Florida, primato amaro della pena capitale

Il 13 novembre 2025, nel carcere di Starke, la Florida ha messo a morte Bryan Frederick Jennings, 66 anni, ex marine condannato per il rapimento, lo stupro e l’omicidio della piccola Rebecca “Becky” Kunash, sei anni. Era il 1979. La sua esecuzione è avvenuta tramite iniezione letale a tre farmaci, senza alcuna dichiarazione finale.

Con lui, la Florida raggiunge le 16 esecuzioni nel solo 2025, un ritmo che non si vedeva da decenni negli Stati Uniti. Lo Stato sorpassa Alabama e Texas, confermandosi il punto più aggressivo della nuova stagione punitiva americana.

Il governatore Ron DeSantis insiste da anni che la pena di morte è un “caposaldo di giustizia” per i crimini più efferati. Ogni firma su un mandato di esecuzione diventa così un atto politico, un messaggio all’opinione pubblica, un manifesto muscolare.

Il caso Jennings, con processi ripetuti, ricorsi annullati e condanne rinnovate dal 1979 agli anni Ottanta, è la prova di un sistema che non dimentica, ma spesso non guarisce. Per alcuni, è la dimostrazione di una giustizia tenace; per altri, di un apparato che si trascina per decenni fino a trasformare la pena capitale in una lenta macchina amministrativa.

La vicenda Kunash e l’inchiesta che segnò la Florida

Secondo i documenti giudiziari, nel maggio 1979 Jennings avrebbe rapito la bambina dalla sua cameretta mentre i genitori erano in casa, abusato di lei e infine l’avrebbe uccisa gettandola in un canale. Le prove materiali, tra cui impronte e tracce compatibili, lo porteranno negli anni a una condanna definitiva alla pena capitale nel 1986.

Tra chi sostiene la sentenza, Jennings incarna il male assoluto. Chi invece critica la pena capitale vede in questa vicenda la prova che la giustizia americana è troppo instabile per decidere della vita altrui: troppi processi, troppi vizi, troppe riscritture procedurali.

Oklahoma, la grazia che arriva sul filo del rasoio

Mentre in Florida si preparava il lettino per Jennings, in Oklahoma un altro condannato, Tremane Wood, 46 anni, viveva le sue ore più drammatiche. La sua esecuzione, prevista per il 13 novembre, si riferiva all’omicidio di Ronnie Wipf, 19 anni, durante una rapina nel 2002.

Il 5 novembre la Commissione per la grazia e la libertà vigilata aveva raccomandato clemenza con un voto risicato di 3 a 2. La difesa sosteneva che a infliggere le coltellate mortali fosse stato il fratello di Wood, poi morto in carcere dopo aver ammesso di essere l’unico autore materiale dell’omicidio.

Il governatore Kevin Stitt ha atteso fino all’ultimo, firmando la commutazione quando l’ora dell’esecuzione era ormai vicina. In una nota ha dichiarato: “Questa decisione allinea la condanna di Tremane Wood a quella del fratello e garantisce che un uomo pericoloso non tornerà mai in libertà”.

Wood, per il quale era già pronto l’accesso alla camera dell’iniezione, passa ora a un ergastolo senza possibilità di liberazione. La differenza tra la morte imminente e una vita intera in carcere sottolinea quanto il confine tra clemenza e punizione rimanga fragile.

Due Americhe divise da un boia

Le storie di Jennings e Wood rivelano un Paese che procede su binari divergenti. Stati come Florida, Texas, Alabama, Oklahoma e South Carolina continuano a utilizzare la pena di morte come strumento cardine della loro politica criminale. Altri l’hanno abolita o sospesa da tempo.

Nel 2025 le esecuzioni negli Stati Uniti hanno superato quota quaranta, con una tendenza in crescita dopo un decennio di declino. È una geografia punitiva sempre più disomogenea, in cui pochi Stati concentrano quasi tutto l’apparato della morte.

Il ritorno dell’ombrello federale

Il secondo insediamento di Donald Trump ha accelerato questo clima. Il nuovo Dipartimento di Giustizia ha riattivato le esecuzioni federali, cancellando il moratorium imposto durante l’amministrazione Biden. L’ordine esecutivo della Casa Bianca invita il sistema federale a ricorrere alla pena capitale ogni volta che la legge lo consenta.

È un segnale potente: Washington non frena più gli Stati più aggressivi, ma li incoraggia, creando una sinergia politica che rende la pena di morte un simbolo nazionale tanto quanto una sanzione giudiziaria.

Vendetta, giustizia e la lunga ombra della paura

La pena capitale, nella narrativa dominante del fronte conservatore, viene presentata come strumento di sicurezza totale: una risposta definitiva ai crimini più atroci. Ma la compassione diventa selettiva, riservata solo alle vittime e mai ai condannati, anche quando emergono dubbi, lacune investigative o confessioni tardive.

Il rischio strutturale di errore giudiziario, dimostrato da decenni di casi di condannati assolti dopo anni nel braccio della morte, continua a gettare un’ombra pesante su un sistema che pretende infallibilità proprio quando decide di togliere la vita.

America più forte o semplicemente più dura?

La domanda finale è spietata: questa è davvero un’America più forte? O più incattivita, impaurita, chiusa? Il record della Florida e la grazia in extremis dell’Oklahoma sembrano due facce di una stessa tensione morale: una società che usa la pena di morte come totem identitario per rassicurare un elettorato inquieto e per affermare un’idea muscolare di giustizia.

È l’immagine di un Paese che vuole mostrarsi compassionevole, ma che nelle camere di esecuzione rivela soprattutto la propria fragilità. Mentre molte democrazie hanno abbandonato il boia, gli Stati Uniti rimangono sospesi tra punizione e dubbio, forza apparente e paura profonda.

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