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Minneapolis assediata: Ice sotto accusa, Walz e Frey nel mirino

- di: Vittorio Massi
 
Minneapolis assediata: Ice sotto accusa, Walz e Frey nel mirino
Dalla morte di Renée Good all’ingiunzione che “lega le mani” agli agenti: la città diventa il simbolo di una frattura nazionale.

(Foto: la famigerata Ice, la polizia anti-immigrati composta da fanatici ed estremisti a cui Trump ha dato mano libera).

Minneapolis non sta vivendo “solo” una settimana di proteste: sta attraversando un test di resistenza istituzionale. In pochi giorni, una tragedia in strada si è trasformata in un braccio di ferro tra potere federale e autorità locali, mentre la piazza — divisa, nervosa, ipersensibile — prova a capire dove finisce l’ordine pubblico e dove comincia l’abuso di potere.

Il punto di rottura ha un nome e una data che, qui, tutti ripetono come un rosario: Renée Good, uccisa da un agente federale durante un’operazione legata all’immigrazione. Da quel momento la città è diventata una “zona calda” permanente: cortei, blocchi stradali, presìdi davanti a edifici pubblici, tensioni con i reparti federali e l’eco — pesantissima — delle minacce politiche arrivate da Washington.

Il caso non è rimasto confinato al dolore e alle domande (tante) su cosa sia accaduto davvero. È esploso in un conflitto aperto: il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine che riguarda direttamente il sindaco Jacob Frey e il governatore Tim Walz, accusati — in sostanza — di aver ostacolato o “scoraggiato” l’azione degli agenti federali. Loro ribattono con parole che sono già un manifesto politico: "intimidazione", "vendetta", "tattica autoritaria".

Nel mezzo, un secondo terremoto: una giudice federale ha imposto paletti stringenti sull’uso della forza e sulle modalità operative degli agenti durante le proteste. Non è un dettaglio tecnico: è una linea rossa tracciata nero su bianco, con effetti immediati sul terreno e un messaggio chiaro a chi indossa uniformi e distintivi.

La miccia, però, è nella narrazione opposta di ciò che è accaduto a Renée Good. La versione delle autorità federali è stata contestata apertamente da Minneapolis e dallo Stato del Minnesota: troppe incongruenze, troppi punti ciechi, troppe immagini che — secondo chi protesta — non combaciano. Il nodo più sensibile riguarda la dinamica degli spari: quanti colpi, da che distanza, e soprattutto perché. A questo si aggiunge la domanda che nelle piazze torna come un boomerang: perché non sarebbe stato consentito un soccorso immediato sul posto?

In parallelo è partita una vasta operazione federale di enforcement nell’area Minneapolis–St. Paul. Le autorità federali la presentano come una risposta “muscolare” a reti criminali e irregolarità; i critici la descrivono come una campagna di pressione che finisce per colpire comunità intere e alimentare la paura. Le organizzazioni per i diritti civili sostengono che, nel caos dei controlli, possano verificarsi fermate arbitrarie, detenzioni senza basi solide e un uso disinvolto di strumenti di “controllo folla”.

È qui che si innesta l’ingiunzione della giudice federale Katherine Menendez. Il provvedimento — pesante come un macigno — limita le tattiche degli agenti durante le manifestazioni: vieta ritorsioni contro chi protesta pacificamente, impedisce di arrestare o trattenere persone solo perché partecipano a presìdi non violenti e pone un freno all’uso di spray urticanti e munizioni “non letali” contro la folla. Tradotto: l’asticella della giustificazione si alza, e con essa cresce il rischio legale per chi trasforma una piazza in un bersaglio.

Per i manifestanti, è una boccata d’aria: non spegne la rabbia, ma riduce la sensazione di vulnerabilità. Per l’amministrazione federale, invece, è un ostacolo operativo e un problema politico: perché certifica, in sede giudiziaria, che qualcosa — nelle denunce e nelle testimonianze — era abbastanza serio da richiedere un intervento immediato.

Nel frattempo, lo scontro istituzionale si è fatto personale. Il sindaco Jacob Frey parla di un tentativo di “mettere a tacere” la città. Il governatore Tim Walz alza ulteriormente il tiro e denuncia un uso politico della giustizia. Dall’altra parte, figure apicali del Dipartimento guidato da Pam Bondi — e in particolare il vice Todd Blanche — sostengono che le parole e gli atti delle autorità locali avrebbero “incoraggiato” ostilità contro gli agenti federali. In un contesto già infiammato, certe etichette diventano benzina: "terrorismo" è un termine che sposta l’asse del dibattito e alza la posta.

E poi c’è la piazza “contro-piazza”. In uno dei momenti più tesi, una manifestazione pro-Ice organizzata dall’attivista di destra Jake Lang (già legato alle vicende del 6 gennaio) è finita circondata e respinta da una folla molto più numerosa di contestatori. L’episodio ha aggiunto un altro livello di rischio: quando due cortei si fronteggiano, basta un attimo per trasformare slogan e bandiere in spintoni, lanci, feriti. Anche questo, oggi, è Minneapolis: una città dove l’ordine pubblico è un equilibrio da funamboli.

Sullo sfondo, resta la politica “grande”, quella dei poteri eccezionali evocati e poi lasciati sospesi come una spada. Il presidente Donald Trump ha agitato la possibilità di ricorrere alla Guardia Nazionale e all’Insurrection Act, una minaccia che ha un effetto psicologico immediato: trasforma le strade in una scacchiera e ogni mossa in un potenziale casus belli. Anche quando i toni si abbassano, l’ombra resta: e una città già traumatizzata capisce che la normalità, per ora, è un lusso.

Che cosa succede adesso? Tre partite si giocano contemporaneamente. La prima è giudiziaria: l’ingiunzione su Ice potrebbe diventare un precedente operativo e alimentare nuove cause. La seconda è politica: l’indagine su Walz e Frey rischia di trasformarsi in un referendum nazionale su “chi comanda” quando sicurezza, proteste e immigrazione si intrecciano. La terza è sociale: la frattura in città — tra chi vede l’Ice come garanzia e chi la vive come minaccia — non si ricompone con un comunicato.

Minneapolis, ancora una volta, è finita nel punto esatto in cui l’America si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi. E mentre la politica urla e i tribunali scrivono regole, la domanda più semplice resta la più urgente: chi risponderà, fino in fondo, di ciò che è successo a Renée Good?

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