“Mio padre voleva chiamarmi Benito”. Ricky Memphis lo racconta senza giri di parole: la madre scelse Riccardo, poi decisero di affidarsi a un bigliettino. Il padre, dice, barò scrivendo quasi solo “Benito”. Eppure uscì Riccardo. Destino, con postilla: “Lui mi chiamava lo stesso Benito”.
Memphis e Amendola, vita storta
Il padre morì in un incidente quando Memphis aveva quattro anni. Da bambino sembrava non sentirne la mancanza, crescendo sono arrivate insicurezze e responsabilità troppo presto. Quando la madre gli disse: “Ora sei tu il capofamiglia”, a lui salì l’ansia. “Per me il mondo è diventato una guerra”, spiega, e anche le auto per anni sono state un pensiero fisso, tra paura e superstizione.
La carriera passa dalla poesia alla tv. “A Costanzo devo tutto”, dice, come si dice di una porta che si apre e ti cambia la vita. Poi arriva Claudio Amendola e la scena è da commedia: Memphis pensa a uno scherzo, gli manda un vaffa e riattacca. Amendola richiama: “Vaffan…lo ce vai te. Comunque io sono davvero Amendola”. Da lì nasce un’amicizia lunga, da Ultrà al ritorno insieme ne I Cesaroni.
Memphis per anni resta incollato al ruolo del “coatto”, ma lui lo smonta: per esserlo davvero devi essere sicuro di te, e lui non lo è mai stato. Sotto la maschera racconta la sindrome dell’impostore e il dubbio continuo di non essere abbastanza.
Poi ci sono i soldi, arrivati tardi e spesi male: hotel a cinque stelle come risarcimento emotivo, suite prenotate senza freni e la confessione più grottesca: “Ho comprato un centinaio di stivali da cowboy”. I più eccessivi? In pelle di serpente, bicolori, fatti arrivare dal Messico. Non è solo spreco: è un modo di dire “adesso posso”, anche quando non sai ancora come stare bene.
Parla degli eccessi quotidiani senza eroismi: beve troppo, mangia troppo, fa diete e fallisce. Perde trenta chili e poi li riprende, perché appena vede un risultato si premia: “Mò famme magnà un po’”. Da quando ha figli prova a darsi un limite: non vuole farsi vedere in certe condizioni. Ai figli dice di non bere e non fumare proprio perché lui lo ha fatto.
E in mezzo a tutto, l’amicizia con Raoul Bova: quando gli chiedono dello scandalo, Memphis non si accoda al chiacchiericcio. Dice solo che “l’infamità della gente non ha più confini” e lo difende: “Lui è un santo, lo giuro”. Lo descrive come uno “di ferro”, incorruttibile anche quando era corteggiatissimo.
Il finale è una frase secca, senza alibi: “Sono arrabbiato con me stesso. Avrei potuto fare meglio”. Nessuna posa da incompreso. Solo la sensazione che la vita, tra destino e scelte, ti porti lontano…e poi ti chieda comunque il conto.