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Marche, i sondaggisti divisi sul flop del centrosinistra

- di: Jole Rosati
 
Marche, i sondaggisti divisi sul flop del centrosinistra

Tra Gaza che non trascina, Ricci che non sfonda e l’astensione record, il voto regionale diventa un caso da laboratorio.

(Foto: Francesco Acquaroli della destra confermato presidente della Regione Marche).

Le elezioni regionali nelle Marche hanno offerto uno spaccato unico della politica italiana: affluenza crollata al 50%, un centrosinistra incapace di crescere anche unito e un centrodestra che consolida le sue posizioni. Ma la vera partita, dopo il voto, si è giocata nelle interpretazioni dei sondaggisti, che hanno offerto letture divergenti del risultato.

Il crollo dell’affluenza secondo i sondaggisti

Per Nicola Piepoli, il dato che più pesa è l’astensione: “Le polemiche esasperate della politica nazionale hanno tenuto lontani dalle urne gli elettori marchigiani”. Un calo di quasi dieci punti rispetto al 2020 che, secondo l’analista, ha colpito soprattutto il centrosinistra, più fragile sul piano della mobilitazione.

Noto: nessun effetto Gaza né effetto governo

Antonio Noto, fondatore di Noto Sondaggi, respinge l’idea che le vicende mediorientali abbiano spostato voti: “Non c’è stato né l’effetto Flotilla né l’effetto governo, perché spesso nelle regionali non si pensa alla politica nazionale ma a quella locale”. Per Noto, la vera questione è stata la difficoltà di Matteo Ricci a convincere l’elettorato pentastellato, rimasto tiepido di fronte alla candidatura unitaria.

Pregliasco: il M5s penalizzato dall’alleanza

Un’analisi ancora diversa arriva da Lorenzo Pregliasco di YouTrend. Per lui il problema è strutturale: “Alle regionali il M5s fatica sempre; nel 2020 correva da solo e poteva capitalizzare il voto di protesta. Questa volta ha perso quell’appeal e il profilo di Ricci non è bastato a mobilitare la base”. L’abbraccio Pd-M5s, anziché rafforzare, ha finito per disperdere consensi.

I numeri del terremoto elettorale

I dati parlano chiaro: Fratelli d’Italia cresce fino al 28%, diventando primo partito regionale; la Lega crolla dal 22% del 2020 al 7%; Forza Italia sorpassa i salviniani e supera l’8%. Nel campo progressista, il Pd scende dal 25% al 22,5%, il M5s si ferma poco sopra il 5% e l’Alleanza Verdi Sinistra non va oltre il 4%. Risultati che fotografano una coalizione in difficoltà e un “campo largo” incapace di generare entusiasmo.

Un voto che diventa caso da studio

Il confronto tra i sondaggisti dimostra come le elezioni marchigiane non siano state un semplice passaggio locale, ma un laboratorio politico nazionale. Per alcuni, il voto conferma il radicamento del centrodestra; per altri è un segnale di debolezza strutturale del campo progressista; per altri ancora è la prova che le campagne troppo polarizzate, come quella su Gaza, allontanano gli elettori anziché mobilitarli.

Al di là dei numeri, resta un dato certo: il caos interpretativo che ha seguito il voto. I sondaggisti si sono divisi, il centrosinistra ne esce ferito e il centrodestra consolida il proprio dominio. Le Marche diventano così il simbolo di una politica italiana sempre più frammentata, dove a far rumore non sono solo le urne, ma anche le voci di chi cerca di spiegarle.
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