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Harvard arretra, la Cina accelera: l’università globale cambia volto

- di: Bruno Coletta
 
Harvard arretra, la Cina accelera: l’università globale cambia volto
Dalla ricerca ai visti, dai fondi alla geopolitica: l’America rischia il sorpasso.

Harvard resta un marchio planetario, un nome che continua a evocare eccellenza, potere culturale e influenza globale. Ma dietro l’aura del mito, i numeri raccontano una storia diversa. Nelle classifiche internazionali dedicate alla ricerca scientifica, il tempio dell’accademia americana ha iniziato a perdere terreno, mentre le università cinesi avanzano con passo deciso, occupando posizioni che per decenni erano state un monopolio statunitense.

Non è un semplice avvicendamento statistico. È un segnale politico, economico e strategico. Il sistema universitario americano, per oltre mezzo secolo motore dell’innovazione mondiale, mostra oggi crepe evidenti. E il contesto non aiuta: le tensioni ideologiche interne, i tagli ai finanziamenti pubblici e la stretta sull’immigrazione accademica rischiano di accelerare una trasformazione già in atto.

Da mesi le grandi università statunitensi sono nel mirino dell’amministrazione guidata da Donald Trump, accusate di promuovere politiche considerate eccessivamente ideologiche, in particolare sui temi della diversità e dell’inclusione. Un conflitto che ha smesso di essere simbolico per diventare concreto, incidendo sui fondi federali destinati alla ricerca e creando un clima di incertezza che pesa sulle scelte di studenti e ricercatori.

“È in arrivo un grande cambiamento, un nuovo ordine mondiale nella supremazia globale dell’istruzione e della ricerca”, ha spiegato Phil Baty, uno dei massimi esperti di ranking universitari a livello internazionale. Parole che suonano come un avvertimento e che trovano conferma nei dati: sul fronte della produzione scientifica Harvard è stata superata dall’Università di Zhejiang, un ateneo cinese che fino a pochi anni fa non figurava tra i protagonisti globali.

Il sorpasso è emblematico. Zhejiang è entrata tra le prime cento università mondiali solo nel 2017 e oggi si colloca stabilmente ai vertici per impatto della ricerca. Non è un caso isolato. Altri atenei cinesi occupano ormai le prime posizioni, scalzando nomi storici come Stanford, UCLA, University of Michigan e University of Pennsylvania, simboli di un’egemonia che sembrava intoccabile.

Le università americane continuano a produrre una mole impressionante di studi scientifici e restano ai vertici per numero di citazioni. Il punto, però, non è la quantità assoluta, ma il ritmo della crescita. La Cina sta aumentando la produzione a una velocità che non ha precedenti nella storia recente dell’accademia globale.

“Il problema non è che gli americani producano meno, ma che i cinesi producono molto di più”, ha osservato Rafael Reif, già presidente del MIT. “Il numero e la qualità degli articoli che arrivano dalla Cina sono stupefacenti. Ci stanno surclassando”. Un giudizio netto, che riflette una preoccupazione diffusa nei campus statunitensi.

Il paradosso è che Harvard continua a dominare molte classifiche globali e a mantenere un prestigio straordinario. Ma il declino relativo della ricerca si accompagna a un altro fenomeno inquietante: la diminuzione degli studenti internazionali. Le politiche più restrittive sui visti e sull’immigrazione hanno reso gli Stati Uniti meno attrattivi per i migliori talenti del mondo.

Nell’ultimo anno accademico, le nuove immatricolazioni di studenti stranieri negli Stati Uniti hanno registrato un calo significativo. Meno studenti internazionali significa meno scambi culturali, meno idee, meno reti globali. E nel lungo periodo, meno competitività. Un rischio enorme per un sistema che ha costruito il proprio primato proprio sulla capacità di attrarre cervelli da ogni angolo del pianeta.

Nel frattempo, la Cina ha imboccato la direzione opposta. Pechino sta investendo cifre colossali nelle proprie università, potenziando laboratori, infrastrutture e programmi di ricerca. L’obiettivo è chiaro: trasformare il Paese in una calamita per scienziati, ingegneri e innovatori, offrendo condizioni sempre più competitive rispetto a quelle occidentali.

Un segnale concreto arriva dalle nuove politiche sui visti. La Cina ha introdotto permessi specifici per laureati d’eccellenza nei settori scientifici e tecnologici, facilitando l’ingresso di studenti e ricercatori stranieri interessati a studiare, lavorare o avviare imprese innovative. Una strategia che guarda al lungo periodo e che punta a consolidare una leadership non solo accademica, ma anche industriale.

La partita, ormai, va ben oltre le aule universitarie. La supremazia nella ricerca scientifica è una leva decisiva di potere globale. Significa brevetti, tecnologie, crescita economica e influenza geopolitica. Se il trend attuale dovesse consolidarsi, il baricentro del sapere mondiale potrebbe spostarsi progressivamente verso Oriente.

Per gli Stati Uniti, la sfida è aperta. Difendere il primato accademico significa investire, attrarre talenti, proteggere la libertà della ricerca. Il rischio, altrimenti, è che il declino non resti confinato alle classifiche, ma diventi il simbolo di una leadership globale che lentamente si sgretola.

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