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Femminicidi, lo Stato che promette protezione ma arriva dopo: l’ultimo caso con il braccialetto riapre il fallimento del sistema

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Femminicidi, lo Stato che promette protezione ma arriva dopo: l’ultimo caso con il braccialetto riapre il fallimento del sistema

L’ultimo omicidio è l’immagine esatta del paradosso italiano: lui aveva già un provvedimento, già un divieto, già un braccialetto elettronico. Era, cioè, un aggressore riconosciuto. Eppure è arrivato fino a lei e l’ha uccisa. Non un “raptus”, ma una traiettoria lineare: minaccia → controllo sulla carta → assenza di intervento → omicidio. È il copione che si ripete, con precisione più inquietante delle statistiche.

Femminicidi: l'ultimo caso riapre il fallimento del sistema

Il braccialetto è raccontato come barriera, ma è solo un marcatore temporale postumo. Serve a ricostruire la marcia dell’assassino, non a impedirla. È lo strumento perfetto per la coscienza istituzionale: consente di dire che la pratica era “gestita”, anche quando l’unica cosa gestita è il dopo. La donna resta sola mentre la tecnologia certifica, senza proteggere.

La narrazione mediatico-salvifica

Il resto lo fanno le parole. I media addomesticano: “raptus”, “gelosia”, “troppo amore”, “non accettava la fine”. È la grammatica che sposta la lente sull’uomo, comprimendo la vittima sul margine. L’assassino come personaggio “sofferto”, lei come contesto. Il lessico è già un’assoluzione preventiva: se era disperato, non è davvero colpevole. Il risultato è una curiosa forma di empatia capovolta: quella vera è concessa al carnefice, non alla donna che aveva paura.

Quando l’emergenza è rituale, non operativa
L’Italia sa commemorare benissimo: panchine rosse, campagne, inni alla consapevolezza civile. Ma quando occorre la concretezza (pattuglie, monitoraggio reale, interventi immediati), il sistema evapora. L’apparato c’è sempre dopo, mai durante. Così la prevenzione diventa retorica e la sicurezza una promessa estetica. Il femminicidio non è l’inceppo: è il prodotto finale di un ingranaggio che si muove troppo tardi.

Quanto costa ogni omissione
Ogni volta che lo Stato non protegge, paga due volte: prima in fallimento sociale, poi in spesa pubblica. Le stime europee indicano che un femminicidio supera il milione di euro nel ciclo di assistenza successivo: tribunali, sostegno psicologico, tutela dei minori, misure di ricollocazione. Prevenire costa dieci volte meno, ma la prevenzione non porta fotografie né conferenze stampa. Meglio la panchina commemorativa da 500 euro che un piano serio da 50 milioni.

Il confronto con chi protegge davver
o
La differenza emerge guardando fuori. In Spagna il sistema è unico: polizia, tribunale e servizi parlano tra loro e intervengono già alla prima minaccia. Risultato: tendenza al calo costante. In Francia l’allontanamento è rapidissimo: 48 ore e l’aggressore sparisce dal perimetro. In Portogallo segue sempre la stessa squadra specializzata, per non far rimbalzare la vittima tra uffici. In Italia invece lo Stato cambia volto a ogni sportello: denuncia da una parte, misura da un’altra, controllo altrove. E nel frattempo l’uomo resta vicino, troppo vicino.

Il cuore del problema
Non è l’assenza di leggi: è l’assenza di applicazione reale. La filiera della protezione si interrompe sempre nello stesso punto: quando c’è da bloccare fisicamente chi ha già annunciato ciò che farà. Ogni volta è chiamato “imprevedibile” ciò che era prevedibilissimo. E ogni volta lo Stato interviene puntuale, ma un passo dopo il sangue.

La domanda finale
Il problema non è come commemoriamo le donne morte, ma come ignoriamo quelle vive. Finché l’empatia pubblica andrà più al “bravo uomo sconvolto” che alla donna terrorizzata, finché le misure resteranno decorative, finché la protezione sarà un titolo e non un presidio, il conto continuerà a essere pagato da loro. Non è un raptus: è un metodo. Non è emergenza: è normalità. E una democrazia si misura lì, in quell’attimo prima — quando può ancora salvare una persona e decide, per inerzia, di non farlo.

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