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Gli utili industriali cinesi arrancano tra deflazione e fiducia fiacca

- di: Vittorio Massi
 
Gli utili industriali cinesi arrancano tra deflazione e fiducia fiacca
Cina, utili industriali −1,7%: deflazione e fiducia fiacca

Un luglio terzo mese negativo, ma segni di rallentamento… e un invito urgente a nuove mosse.

Un bilancio in frenata ma non senza luce

L’Ufficio nazionale di statistica di Pechino ha reso noto un calo dell’1,7 % dei profitti delle grandi imprese industriali cinesi nel periodo gennaio-luglio 2025, rispetto allo stesso arco del 2024. Una lieve attenuazione rispetto al -1,8 % registrato nei primi sei mesi dell’anno.

Solo a luglio, il declino si è attestato all’1,5 % su base annua, segnando il terzo calo consecutivo, ma con un rallentamento ben evidente: -1,5 % dopo il -4,3 % di giugno. Una tendenza meno brusca, insomma.

Stato vs privato: due scenari a confronto

Nel dettaglio, le imprese statali hanno sofferto una perdita molto più marcata: -7,5 %, sostanzialmente stabile rispetto alla prima metà dell’anno. Al contrario, imprese private e straniere emergono in terreno positivo, con un progresso del +1,8 % nei profitti.

Quel +1,8 % è modesto, ma significativo: testimonia una resilienza e potenziale agilità che le strutture statali non sembrano possedere nel contesto attuale.

Cause e ostacoli: dalla deflazione al consumo tiepido

Il quadro di debolezza riflette “deflazione alla fonte” e una fiducia fragile sia tra le imprese sia tra i consumatori, che affliggono domanda ed economia nel complesso. Nonostante gli sforzi di Pechino per rilanciare l’appetito interno – tramite spese infrastrutturali, sussidi ai consumatori e allentamento monetario – i risultati faticano ad arrivare. Tra i segnali inquietanti spicca il fatto che i prestiti bancari a luglio siano diminuiti per la prima volta in vent’anni.

L’incertezza legata ai rapporti con gli Stati Uniti – nonostante una tregua commerciale temporanea – resta una variabile destabilizzante, penalizzando la fiducia tra gli operatori economici.

I commenti   

I commenti sono eloquenti. Lynn Song, economista capo per la Grande Cina di ING, ha sottolineato la pressione sui margini causata da competizione aggressiva e sovraccapacità, suggerendo che solo un maggior sostegno politico potrà controbilanciare questi effetti.

Nel frattempo, l’Ufficio nazionale di statistica ha posto l’accento sulla necessità di “maggiore flessibilità e prevedibilità delle politiche”, ha rimarcato l’NBS.

Contesto più ampio: overcapacity e trasformazione economica

Il quadro va inserito nel contesto di una Cina che, nonostante puntasse sul settore industriale, adesso paga il prezzo della sovrapproduzione strutturale. La spinta verso la produzione di massa in regioni a bassa produttività ha alimentato una competizione interna feroce (neijuan), con margini ridotti e scarse remunerazioni per molti settori, perfino nell’high-tech. Le politiche degli ultimi anni provano a correggere questa traiettoria, ma i risultati restano incompleti.

Un recente sondaggio tra le grandi aziende estere in Cina evidenzia che una quota rilevante – circa quattro su dieci – è colpita negativamente dall’eccesso di capacità produttiva, che trascina giù i margini e incrina la fiducia; oltre un quarto valuta di spostare almeno parte delle attività altrove.

Cosa ci dicono i numeri e cosa viene dopo

  • Profitti gennaio-luglio 2025: −1,7% rispetto all’anno precedente.
  • Mese di luglio: −1,5% (dopo −4,3% a giugno), terzo calo di fila.
  • Impatti per settore: statali −7,5%; privati/stranieri +1,8%.
  • Domanda interna e prezzi: debolezza persistente e deflazione a monte.
  • Preoccupazioni: fiducia fragile, credito in calo, sovraccapacità.
  • Prospettive: timida stabilizzazione; servono misure strutturali e riforme.

Un invito urgente a politiche efficaci

Il lieve rallentamento del calo dei profitti può suggerire che le misure messe in campo comincino a dare qualche frutto. Tuttavia, resta chiaro che l’economia cinese si trova in una fase di transizione complessa: la sfida non è più solo stimolare il consumo, ma riformare il modello produttivo per evitare competizioni distruttive o inefficaci.

Solo una combinazione di riforme strutturali – riduzione dell’overcapacity, incentivo alle attività a valore aggiunto, maggiore disciplina negli investimenti, rafforzamento delle protezioni sociali – potrà sostenere un cambiamento duraturo. Fino ad allora, cali modesti di questo tipo sono un segnale incoraggiante, ma non bastano.

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