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Draghi: “L’Europa ha più nemici che mai”. Il monito del Carlo Magno

- di: Bruno Legni
 
Draghi: “L’Europa ha più nemici che mai”. Il monito del Carlo Magno
Draghi: “L’Europa ha più nemici che mai”. Il monito del Carlo Magno

Il premio 2026 diventa un megafono: Mario Draghi chiede un’Unione più compatta e “più forte” su difesa, economia e politica.

(Foto: Mario Draghi).

Un riconoscimento che, nelle intenzioni, non celebra soltanto una carriera: pretende un salto di fase. L’assegnazione del Premio Carlo Magno 2026 a Mario Draghi — ex presidente della BCE ed ex presidente del Consiglio — si trasforma subito in un messaggio politico, perché è lo stesso Draghi a usarla come piattaforma per una diagnosi netta: l’Europa è più esposta e più vulnerabile di quanto ammetta.

“Questa decisione arriva in un momento in cui l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni”. Nel videomessaggio diffuso dopo l’annuncio, Draghi lega l’onorificenza a un’urgenza: non basta “resistere”, bisogna cambiare passo. L’idea-chiave è una: l’Unione non può restare una potenza a metà, forte nei principi e debole negli strumenti. E i nemici — avverte — non sono solo oltreconfine: sono anche fratture, veti, lentezze e divisioni che si consumano dentro casa.

La frase che resta addosso, però, è quella del “rafforzamento” come condizione di sopravvivenza strategica. “Dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente”. È un elenco volutamente essenziale, quasi un manifesto in tre parole: difesa, competitività, governance. Non è un caso: sono i tre punti in cui l’Europa rischia di restare schiacciata tra conflitti alle porte, concorrenza globale e decisioni sempre più rapide richieste dalle crisi.

Qui si innesta il secondo passaggio cruciale: la motivazione del premio richiama esplicitamente il cosiddetto “Rapporto Draghi” sulla competitività europea, indicandolo come bussola operativa. Non un testo da convegno, ma una scaletta di azioni. Il senso politico è chiaro: l’Europa è chiamata a “fare”, non soltanto a “dire”. E infatti, nelle ricostruzioni legate alla decisione, emerge un invito esplicito alle istituzioni UE e ai governi: trasformare quelle linee in misure concrete, dentro una finestra di tempo che si sta restringendo.

Perché questo monito arriva adesso? Perché il contesto è diventato più duro. L’Europa deve reggere contemporaneamente più pressioni: sicurezza sul fianco orientale e mediterraneo, catene del valore fragili, energia e prezzi industriali, transizione tecnologica, concorrenza di economie che investono e decidono in modo più compatto. Se l’Unione resta un mercato grande ma politicamente frammentato, rischia di essere influenzata più che influenzare: in altre parole, di subire le scelte altrui.

Il Premio Carlo Magno, nella sua storia, ha spesso intercettato snodi di identità europea. Stavolta sembra voler funzionare da acceleratore: premiare Draghi significa premiare una postura — pragmatica, integrata, “da macchina di governo” — e, allo stesso tempo, spingere l’UE verso decisioni meno timide. La cerimonia è prevista ad Aquisgrana, ma il dibattito è già aperto: quanto spazio politico c’è per rendere l’Europa davvero più “forte” senza riaccendere fratture tra Stati membri? E quale compromesso è possibile tra sovranità nazionale e sovranità europea, nel momento in cui entrambe vengono messe alla prova?

Il punto, nel ragionamento di Draghi, è che l’unità non è uno slogan, ma un moltiplicatore di potenza. Se l’Europa vuole preservarsi, deve riuscire a “stringersi” e a decidere, anche quando la decisione costa. Per questo il riferimento ai nemici interni pesa quasi quanto quello ai nemici esterni: la debolezza più pericolosa non è quella imposta dagli altri, ma quella che l’Europa si infligge da sola quando rinvia, divide, scompone, rinuncia. 

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