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Dovalue, la carta vincente della crescita internazionale

Il Gruppo, leader in Sud Europa nei servizi di gestione e Asset Immobiliari, aumenta ancora la propria competitività. Intervista a Claudio Carlo Vernuccio, Chief NPL Servicing Officer

 


Nel 2018 doValue ha avviato un rilevante processo di riorganizzazione societaria che ha visto il Gruppo, a giugno 2019, prendere la forma di una società di servicing regolata dall’articolo 115 T.U.L.P.S., cessando di essere considerato un Gruppo bancario. Il processo di riorganizzazione ha reso la struttura del Gruppo più coerente con il business mix, focalizzato sul servicing e ha permesso un più ottimale utilizzo delle sue risorse finanziarie.
DoValue è leader in Sud Europa nei servizi di gestione di crediti e asset immobiliari, prevalentemente derivanti da crediti non-performing, a favore di banche, investitori e istituzioni finanziarie pubbliche e private (Servicing), con un portafoglio in gestione di quasi 140 miliardi di euro in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro.
Il Gruppo doValue fornisce anche prodotti e servizi ancillari al Servicing di natura commerciale, immobiliare e legale.

Quale è attualmente lo scenario del mercato degli NPL in Italia, anche a livello sistemico, e quali sono le proiezioni per il prossimo futuro? Su cosa punteranno maggiormente gli operatori del settore, come doValue, per sostenere la propria crescita?
Il mercato Italiano è molto evoluto e sono presenti tantissimi investitori stranieri, anche grazie allo strumento delle GACS, che ha portato a un’importante riorganizzazione degli operatori del settore. Guardando al futuro, il volume di crediti si avvia ad essere stabile ed in diminuzione nei prossimi anni. Di conseguenza per i servicer è prevedibile una riduzione degli asset in gestione, con la richiesta di una crescente specializzazione.
Per rimanere competitivi i servicer, oltre ad accrescere la propria efficienza operativa e la propria competenza gestionale, saranno chiamati a rispondere alle nuove sfide del mercato, come la diversificazione sia a livello geografico che di servizi, in particolare nel segmento degli UTP.
Inoltre, è in corso un grande consolidamento dei servicer italiani. Sono molti gli operatori, grandi e piccoli, oggetto di ipotesi di fusione o integrazione, in un mercato che è di fronte a una nuova trasformazione: dopo il passaggio di grandi portafogli bancari sotto la gestione dei servicer, ora il settore potrebbe cercare maggiori economie di scala, sinergie e volumi.
Nel nostro caso, la scelta è stata quella di sostenere la crescita avviando un’espansione internazionale. Abbiamo di recente perfezionato l’acquisto del Gruppo Altamira, uno dei principali servicer di Non Performing Loans e Real Estate assets, leader in Spagna, Cipro, Portogallo e Grecia unitamente allo sviluppo del Mercato Greco dove siamo presenti e gestiamo portafogli per conto delle quattro banche sistemiche.
Guardiamo con fiducia alle opportunità nei mercati più ampi, Italia e Penisola Iberica, dove esiste un’interessante combinazione tra operazioni sul mercato primario e secondario e dove c’è spazio per essere più efficienti, oltre a regioni di più recente sviluppo come Cipro e Grecia.
Sicuramente, il settore degli NPL dovrebbe essere supportato anche da un cambiamento a livello sistemico. Oggi, i portafogli non presenti nei bilanci delle banche si trovano nelle operazioni di cartolarizzazioni, sono crediti che vanno ancora recuperati e per i quali ci vorranno numerosi anni, basti pensare alle WAL (weighted average life) di recupero.
Serve un sistema giuridico più efficiente che determini dei tempi di recupero più contenuti. Oggi assistiamo a notevoli differenze legate alle diverse prassi dei singoli Tribunali. Quello che serve è una maggiore specializzazione che determini una riduzione dei tempi necessari per le procedure esecutive e fallimentari e un efficientamento delle modalità di recupero dei crediti. Questo sicuramente potrà creare valore per tutti e portare ad un miglioramento degli attivi e dei valori degli asset, che si rifletterà poi sulle banche e anche sulla possibilità di erogare nuovi finanziamenti.

Tornando sul tema delle GACS, quale ruolo hanno giocato nello scenario italiano degli NPL? Ha parlato di una riorganizzazione degli operatori del settore in relazione alle GACS, quale è oggi il ruolo del servicer e quali sono i requisiti per partecipare come servicer ad operazioni assistite da garanzie GACS?
Tra il 2015 e il 2018 in Italia il volume delle esposizioni bancarie non-performing (NPE) è passato da 340 miliardi a 180 miliardi, con una riduzione del -31%, equivalente a -81 miliardi di euro, solo nel 2018 e con un trend migliorativo soprattutto per quanto riguarda gli NPL. Il coinvolgimento del Governo, che con il Decreto-Legge 14 febbraio 2016, n. 18 ha dato vita allo strumento delle GACS, è stato uno dei fattori che ha maggiormente incentivato la riduzione degli stock di crediti non-performing e come dicevamo, ha permesso una significativa evoluzione del mercato italiano degli NPL. Le GACS sono garanzie concesse dallo Stato, in conformità a decisioni della Commissione Europea, sulle passività emesse nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione, a fronte della cessione da parte delle banche dei crediti in sofferenza a una Società veicolo (“SPV”). La GACS copre i detentori dei Titoli “senior” per l’ipotesi di mancato pagamento delle somme dovute per capitale e interessi. Si tratta di un modello di esperienza di successo al quale oggi altri Paesi stanno guardando perché con il loro utilizzo da parte delle banche, oltre a portare una significativa riorganizzazione nel settore, hanno anche avuto la capacità di attrarre investitori stranieri. Secondo dati di Debtwire rilasciati a giugno 2019 sui rendimenti delle GACS finora emesse, circa la metà hanno registrato risultati al di sopra degli obiettivi previsti.
Le GACS hanno rappresentato uno dei principali fattori di incentivazione alla riduzione degli stock di NPL a partire dal 2016, quando le banche italiane hanno dovuto intraprendere massicce cessioni di questo tipo di crediti, con operazioni di un valore spesso di diversi miliardi di euro, per un totale di circa 50 miliardi di sofferenze lorde. Agenzie di rating, investitori e banche hanno prediletto cessioni a questo tipo di veicoli, gestiti da servicer indipendenti. Di conseguenza, si può dire che le GACS siano state uno degli strumenti che hanno maggiormente agevolato le operazioni di cessione, consentendo di realizzare dei valori più in linea con le aspettative delle banche cedenti, perché la garanzia pubblica permette di avere un pricing più vantaggioso per la tranche senior, che è funzione anche del track record e delle curve di recupero del servicer.
Nelle operazioni assistite da questo tipo di garanzia, il portafoglio e il business plan vengono valutati da almeno due agenzie di rating, dagli investitori che mettono i soldi nelle tranches subordinate e dal servicer. In particolare, i crediti in sofferenza oggetto di cartolarizzazione, vengono trasferiti dalla banca cedente a un servicer, ovvero un operatore terzo in possesso di specifici requisiti, soddisfatti dall’assegnazione da parte di un’agenzia esterna di un elevato servicer rating. Quest’ultimo è un indicatore che garantisce e certifica l’eccellenza nel settore del credit management e che sintetizza sia l’abilità di un servicer di raggiungere gli obiettivi di gestione e incasso, sia la qualità dell’infrastruttura tecnologica di gestione dei dati e di reporting, oltre ad indicare l’esperienza e la formazione degli asset manager. Elevati livelli di rating rappresentano dunque un vantaggio competitivo per l’assegnazione di nuovi mandati oltre ad essere un elemento essenziale per il conferimento di credit rating ai titoli emessi nei veicoli di cartolarizzazione nelle operazioni assistite da garanzia statale GACS. Da numerosi anni, doValue vanta tra i Rating più alti del mercato, riconosciuti dalle principali Agenzie internazionali. Proprio nel mese di marzo 2019 doValue ha ricevuto da parte di Fitch il rating ‘RSS1-’ e ‘CSS1-’, massimo livello previsto per le attività di special servicer, per il decimo anno consecutivo, confermando l’evidenza di una chiara strategia e capacità di execution del Gruppo.

Negli ultimi anni si è assistito a una sostanziale evoluzione in ambito di analisi del portafoglio, in termini di strumenti di raccolta e gestione dei dati e delle informazioni. Quali sono stati i principali sviluppi in questo campo, anche a livello di tecnologie utilizzate? Come hanno influenzato la gestione dei crediti deteriorati e cosa hanno portato per gli operatori del settore?
Partendo dall’idea che la conoscenza del dato e l’analisi delle informazioni è fondamentale nella gestione di portafogli di crediti NPL, sin dall’acquisizione di Italfondiario e dalla successiva trasformazione da banca a servicer, abbiamo investito in tecnologie in grado di garantire che i nostri dati siano corretti e aggiornati e nella realizzazione di un sistema gestionale basato su campi alfanumerici e focalizzato sui processi di recupero.
Fino a qualche anno fa, molte banche non avevano intuito l’importanza ed il valore di un tale sistema e molte usavano dei sistemi gestionali meno evoluti, privi di qualsiasi workflow strutturato, e solo con campi testo limitati. Noi siamo partiti dallo sviluppo di un sistema più avanzato e abbiamo sempre lavorato per fare un data mining per acquisire un patrimonio di informazioni complete e sufficienti per gestire e clusterizzare il portafoglio. Conoscere in dettaglio le informazioni, è infatti fondamentale per stimare quali sono i potenziali futuri cash flows che possono generare i singoli loans e di conseguenza l’intero portafoglio. L’attività di clusterizzazione del portafoglio permette inoltre, di definire strategie di gestione che possono prevedere la dismissione, la gestione interna o la collaborazione con operatori specializzati, soprattutto per le fasce con un GBV (gross book value) del credito medio-basso.
Negli ultimi anni è stata fatta molto strada in qualità di informazioni presenti nei sistemi gestionali delle banche, non soltanto grazie all’impegno degli operatori interni al mercato, ma anche per spinta del regolatore. Il vero cambiamento è dato dalla possibilità di avere oggi a disposizione i dati in formato alfanumerico, così da poterli estrarre e utilizzare, facendo un’accurata reportistica e far interagire e valorizzare le informazioni. La trasparenza nella gestione dei dati è una pratica che tutte le parti coinvolte devono perseguire, perché è in grado di creare maggior valore per tutti: maggiore è il dettaglio e la qualità delle informazioni e maggiore sarà la valorizzazione che verrà fatta del portafoglio stesso in termini di prezzo stime da cash flows.

Un tema che sta ricevendo una crescente attenzione oggi è quello dei crediti Unlikely to Pay (UTP), che emerge anche in conseguenza della risoluzione del problema delle sofferenze. Qual è il vostro approccio in questo ambito e come state pianificando la gestione di questo tipo di crediti? Quali sono gli sviluppi attesi nel settore?
Gli UTP, ovvero situazioni di sofferenza con creditori ancora in bonis, sono indubbiamente una nuova frontiera in cui vediamo grandi opportunità e su cui i servicer specializzati come noi e le banche dovranno focalizzarsi. Si tratta di una categoria di crediti tipica di questo Paese, caratterizzato da una forte presenza di PMI e aziende che operano nel settore manifatturiero.
In Italia, siamo entrati in una fase in cui esistono le condizioni per il decollo del mercato degli UTP, che nel 2019 complessivamente ha un valore di circa 90 miliardi di euro. Negli UTP, infatti, la logica è diversa da quella degli altri tipi di crediti: non è soltanto quella del recupero, perché parliamo di gestione di aziende “vive”, con una valenza occupazionale che non va trascurata, ma valorizzata, con l’obiettivo di riportare quante più aziende possibili in bonis, creando misure che continuino lo sviluppo del Sistema Paese.
Oggi le banche puntano a deconsolidare gli UTP, attraverso la vendita oppure partnership tramite veicoli ad hoc. Come doValue stiamo dialogando con le principali banche in vista di operazioni su portafogli corporate, ovvero circa due terzi del totale dello stock di crediti, con un approccio industriale, riguardante soprattutto crediti di dimensioni non troppo elevate da < 5 mil. Il primo passo è una selezione dei crediti in portafoglio, segmentati per settore e dimensione. La difficoltà, poi, è quella di mettere d’accordo tanti soggetti creditori, prendendo il caso delle PMI, infatti, normalmente esiste un’esposizione verso il sistema creditizio di diverse banche, spesso senza una concentrazione specifica, con valori di carico e di rappresentazione di queste posizioni diverse. Tra i vari creditori c i attendiamo che il mercato si apra sempre di più a operazioni tra più banche, con una logica unitaria a livello di singolo debitore, per consentire una gestione congiunta al fine di creare piani di risanamento aziendali e processi di recupero che siano più efficienti e orientati al risultato. In questo caso è interessante guardare all’esempio di altri mercati, come ad esempio quello greco, in cui come DoValue operiamo e dove stiamo gestendo, a seguito di un processo competitivo, un portafoglio “Solar” di circa € 2 miliardi originato dalle 4 banche sistemiche e composto da soli debitori comuni.
Questo processo ha messo a terra dei piani di risanamento con alta probabilità di riuscita.

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