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Denatalità, Cgia: i giovani italiani sono in calo e lontani dal mondo del lavoro

- di: Barbara Leone
 
Denatalità, Cgia: i giovani italiani sono in calo e lontani dal mondo del lavoro
Negli ultimi dieci anni il numero dei giovani  tra i 15 e i 34 anni è sceso di quasi un milione. Questa contrazione nella fascia di età più produttiva  della vita lavorativa sta arrecando grosse difficoltà alle aziende italiane.  Molti imprenditori, infatti, faticano ad assumere personale, non solo per  lo storico problema di trovare candidati disponibili e professionalmente  preparati, ma anche perché la platea degli under 34 pronta ad entrare  nel mercato del lavoro si sta progressivamente riducendo. Insomma, la  crisi demografica sta facendo sentire i suoi effetti e nei prossimi anni la  rarefazione delle maestranze più giovani è destinata ad accentuarsi  ulteriormente.  Tra il 2023 e il 2027, ad esempio, il mercato del lavoro italiano  richiederà poco meno di tre milioni di addetti in sostituzione delle  persone destinate ad andare in pensione.

Denatalità, Cgia: i giovani italiani sono in calo e lontani dal mondo del lavoro

A legislazione vigente,  pertanto, nei prossimi 5 anni quasi il 12 per cento degli italiani lascerà  definitivamente il posto di lavoro per aver raggiunto il limite di età. Con sempre meno giovani destinati a entrare nel mercato del lavoro,  “rimpiazzare” una buona parte di chi scivolerà verso la quiescenza  diventerà un grosso problema per tanti imprenditori. La denuncia è  sollevata dall’Ufficio studi della Cgia. Oltre ad averne pochi, il tasso di disoccupazione giovanile e  l’abbandono scolastico sono elevati, soprattutto nel Mezzogiorno. Insomma, i giovani italiani sono in calo, con un livello di povertà  educativa allarmante e lontani dal mondo del lavoro. Un responso che  emerge in maniera evidente quando ci confrontiamo con gli altri paesi  europei3. E’ un quadro desolante che rischiamo di pagare caro se, come  sistema Paese, non torneremo ad aumentare il numero delle nascite, a investire maggiormente nella scuola, nell’università e, soprattutto,  nella formazione professionale. 

Alla luce della denatalità in corso nel nostro Paese, appare evidente che  per almeno i prossimi 15-20 anni dovremo ricorrere stabilmente anche  all’impiego degli extracomunitari. In che modo? Per legge, a nostro  avviso, dovremmo stabilire che il permesso di soggiorno, a eccezione  di chi ha i requisiti per ottenere la protezione internazionale e di chi  entra con già in mano un contratto di lavoro, andrebbe accordato a chi  si rende disponibile a sottoscrivere un patto sociale con il nostro Paese. Il contenuto dell’accordo? Se un cittadino straniero si impegna a  frequentare uno o più corsi ed entro un paio di anni impara la nostra  lingua e un mestiere, al conseguimento di questi obbiettivi lo Stato  italiano lo regolarizza e gli “trova” un’occupazione. Sia chiaro: è  un’operazione complessa e non facile da gestire, anche perché il tema  dell’immigrazione e del suo rapporto con il mondo del lavoro è molto  articolato. Non solo; tutto ciò richiede una Pubblica Amministrazione in  grado di funzionare bene e con performance decisamente superiori a  quelle dimostrate fino a ora. Il buon esito di un’iniziativa di questo tipo,  ad esempio, non può prescindere da una ritrovata efficienza dei Centri  per l’impiego, altrimenti la possibilità che l’iniziativa naufraghi è  pressoché certa. Grazie al coinvolgimento anche delle Camere di  Commercio, dovremo accelerare il processo di avvicinamento e di  conoscenza tra la scuola e il mondo del lavoro, senza dimenticare che  non potremo rinunciare a un forte incremento degli investimenti sugli  Its e sulla qualità della formazione professionale; materia,  quest’ultima, di competenza delle Amministrazioni regionali. 

Negli ultimi dieci anni la contrazione della popolazione giovanile italiana  ha interessato, in particolar modo, il Mezzogiorno. In questa  ripartizione geografica la diminuzione è stata pari a 762 mila unità (- 15,1 per cento). Seguono il Centro con -160 mila (-6,6 per cento),  mentre al Nordovest (-1 per cento) e al Nordest (-0,5 per cento) la  flessione è stata molto contenuta. A livello regionale, invece, è stata la  Sardegna con il -19,9 per cento a subire la flessione più importante.  Seguono la Calabria con il -19 per cento, il Molise con il -17,5 per cento,  la Basilicata con il -16,8 per cento e la Sicilia con il -15,3 per cento. A livello provinciale, infine, la realtà che negli ultimi 10  anni ha registrato la diminuzione più importante è stata la Sud  Sardegna con il -26,9 per cento. Seguono Oristano con il -24 per cento,  Isernia con il -22,2 per cento e Cosenza con il -19,5 per cento. In  contro tendenza, invece, solo una dozzina di province. Le più virtuose  sono state Trieste con il +7,9 per cento, Bologna con il +7,5 per cento  e Milano con il +7,3 per cento.

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