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Dazi, il premio Nobel James Robinson: “Trump li userà finché non costeranno troppo”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Dazi, il premio Nobel James Robinson: “Trump li userà finché non costeranno troppo”

L’impatto dei dazi sull’economia globale divide analisti e governi, ma per James A. Robinson, premio Nobel per l’Economia 2024, il quadro è meno univoco di quanto sembri. In un colloquio con la Repubblica, l’economista ha spiegato che le tariffe doganali volute da Donald Trump hanno un effetto recessivo, ma compensato da dinamiche espansive, prima fra tutte l’ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale.

Dazi, il premio Nobel James Robinson: “Trump li userà finché non costeranno troppo”

“Una contrazione dell’economia c’è”, osserva Robinson, “ma penso sia compensata da altri fattori. Penso ad esempio al boom negli investimenti sull’intelligenza artificiale, parliamo di centinaia di miliardi di dollari: stanno costruendo data center ovunque, si tratta di enormi investimenti. Quindi penso che ci siano altri fattori in gioco che mascherano gli effetti negativi”.
Secondo l’economista, l’effetto immediato dei dazi sulle imprese e sui consumatori americani è un aumento dei costi, ma al tempo stesso la spinta tecnologica e la concentrazione di capitali in settori ad alta produttività attenuano l’impatto sul Pil.

Trump e l’uso politico delle tariffe
Robinson insiste sul carattere non ideologico della politica tariffaria dell’ex presidente Usa: “Penso che quando diventerà evidente che i dazi sono troppo costosi, Trump smetterà semplicemente di usarli. Non credo che sia ideologicamente legato alle tariffe: gli piacciono perché gli danno discrezionalità come strumento politico. Ma se dovessero diventare troppo onerosi, potrà sempre dire ‘ho vinto, ho raggiunto gli obiettivi’ e passare ad altro”.
In questa lettura, i dazi diventano quindi un’arma di pressione e di negoziazione, piuttosto che un progetto strutturale di politica economica.

L’Europa tra debolezza e realpolitik
Diverso il giudizio sull’Europa. Qui Robinson parla di “realpolitik”, cioè della capacità di gestire la situazione con pragmatismo pur in condizioni di debolezza. “Non parlerei di resa. È realpolitik: cerchi di gestire la situazione al meglio. L’Europa è debole: stagnazione economica negli ultimi 25 anni, divergenza dagli Usa, arretratezza tecnologica nell’AI. I veri problemi per la Ue sono interni”.
L’economista richiama in particolare il Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, dove vengono elencate le criticità: un accesso al credito insufficiente per le imprese, un mercato dei capitali frammentato e costi energetici troppo alti rispetto ai concorrenti internazionali.

I limiti strutturali dell’Unione
Secondo Robinson, l’Europa “si è cacciata da sola in questo pasticcio” a causa di scelte mancate su politica industriale e integrazione economica. Tuttavia, aggiunge, “non sta facendo un pessimo lavoro”. In altre parole, la gestione delle tensioni commerciali con Washington è stata finora equilibrata, ma il nodo resta interno: senza una vera unione dei mercati finanziari, senza una politica comune sull’energia e senza un piano strategico sull’intelligenza artificiale, l’Ue rischia di rimanere marginale nel confronto tra Stati Uniti e Cina.

Investimenti e nuove priorità
Il messaggio del Nobel è chiaro: la crescita europea non potrà basarsi solo sulla difesa dai dazi americani, ma su un rilancio di investimenti mirati, soprattutto in innovazione tecnologica. L’esempio degli Usa, dove l’AI sta catalizzando capitali “per centinaia di miliardi”, mostra quanto un settore emergente possa bilanciare anche gli effetti distorsivi di politiche protezionistiche.

Una sfida politica ed economica
La discussione sui dazi, sottolinea Robinson, non è solo economica ma eminentemente politica. Per Trump rappresentano uno strumento di pressione che può essere acceso o spento in base alla convenienza del momento. Per l’Europa, invece, il problema è strutturale: venticinque anni di stagnazione e di ritardi accumulati nella transizione digitale ed energetica.
Il nodo è quindi duplice: contenere gli effetti immediati delle tariffe e, al tempo stesso, costruire basi di crescita durature. Qui entra in gioco la capacità dei governi europei di applicare davvero le raccomandazioni del rapporto Draghi, che indicano una strada fatta di credito più accessibile, energia meno costosa e mercati finanziari più integrati.

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