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Davos, l’economia globale resiste ma l’Italia resta in affanno

- di: Matteo Borrelli
 
Davos, l’economia globale resiste ma l’Italia resta in affanno
La Ceo Survey PwC presentata a Davos mostra un’economia mondiale più solida del previsto tra dazi e tensioni geopolitiche, mentre le imprese italiane rallentano su crescita e intelligenza artificiale.
 
L’economia mondiale sorprende per capacità di tenuta, nonostante il clima carico di tensioni commerciali, le minacce di nuovi dazi e l’instabilità geopolitica che continua a scuotere mercati e governi. Dal palcoscenico di Davos, dove si riunisce il gotha dell’economia globale, arriva una conferma che rafforza le stime ufficiali: la crescita globale non si ferma. Ma l’Italia, ancora una volta, corre più piano.

A dirlo è l’ultima Ceo Survey di PwC, presentata a margine del Forum economico mondiale e basata su interviste a 4.454 amministratori delegati di tutto il mondo, 118 dei quali italiani, raccolte tra ottobre e novembre 2025. Un campione ampio che restituisce un’immagine nitida: il 62% dei Ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi dodici mesi, un dato praticamente allineato alla media mondiale del 61%.

Il quadro cambia quando si guarda dentro i confini nazionali. Solo il 49% dei manager italiani si aspetta un miglioramento dell’economia del Paese, un passo avanti rispetto al 43% di un anno fa, ma ancora lontano da una fiducia diffusa. «Si conferma un certo ottimismo verso il futuro, ma anche la consapevolezza di un contesto incerto, segnato da sfide complesse», sottolinea PwC nel commento ai dati, diffuso il 19 gennaio 2026.

Sullo sfondo pesano fattori che la survey non incorpora del tutto, come l’inasprimento del confronto commerciale tra Stati Uniti e Cina, le nuove minacce tariffarie rivolte all’Europa e le ipotesi di ritorsioni per decine di miliardi di dollari. Una nube di incertezza che rende ancora più evidente la distanza tra chi accelera e chi resta indietro.

Il vero spartiacque competitivo, secondo i Ceo, è ormai la trasformazione tecnologica. In Italia è indicata come priorità assoluta dal 53% degli amministratori delegati, ben al di sopra della media globale del 42%. Seguono la qualità dei team manageriali e la capacità di innovazione. Ma proprio sull’innovazione più avanzata, l’intelligenza artificiale, emergono le maggiori criticità.

I numeri parlano chiaro: il 68% delle imprese italiane non integra ancora soluzioni di intelligenza artificiale nei processi aziendali, contro il 53% della media mondiale. Le strategie sull’IA restano spesso embrionali e distanti dai benchmark internazionali. In tutti i campi analizzati, la quota di aziende italiane che ammette una scarsa o nulla implementazione supera sistematicamente quella globale.

C’è anche un nodo culturale. Il 27% dei Ceo italiani riconosce di non avere una cultura aziendale favorevole all’adozione dell’IA, un dato triplo rispetto al 9% registrato nel resto del mondo. Un freno che rischia di trasformarsi in un handicap strutturale.

«Il 2026 rappresenta un momento importante per l’intelligenza artificiale. I risultati della PwC Ceo Survey mostrano che, mentre alcune imprese sono già riuscite a tradurne l’uso in risultati misurabili, altre sono ancora in una fase di studio», osserva Andrea Toselli, presidente e amministratore delegato di PwC Italia, in dichiarazioni rilasciate a Davos il 19 gennaio 2026.

«In un contesto di rapido cambiamento, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, è irrinunciabile investire in innovazione e nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese», aggiunge Toselli, indicando una strada obbligata per restare competitivi.

La fotografia che emerge da Davos è dunque netta: il mondo non è fermo, l’economia globale mostra una resilienza inattesa, ma l’Italia resta sospesa tra segnali di recupero e ritardi strutturali. E sull’intelligenza artificiale, la partita è appena iniziata ma il tempo per recuperare non è infinito.

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