Crisi: il Governo Draghi appeso al furbo quesito al giudizio dei Cinque Stelle

- di: Diego Minuti
 
39 parole, più o meno (il dubbio resta su come calcolare i termini composti e divisi da un trattino), formulate in modo furbo, per evitare un diluvio di voti contrari: dimenticate i tempi andati, in cui quando ci si sedeva per trovare la formula di un Governo ci si basava su programmi, magari redatti con pignoleria da contabile di provincia da Ugo La Malfa, che magari di conti e di contenuti qualcosa ne capiva.

Ora l'Italia è appesa (ovviamente si fa per dire) al surreale quesito che i vertici dei Cinque Stelle propongono agli attivisti e da cui dipende/dipenderebbe il sostegno e l'adesione formale al Governo di Mario Draghi. Un voto affidato ad uno strumento - la piattaforma Rousseau - che non piace a tutti, in casa grillina, e questo da solo la dice lunga sul clima che si è creato intorno a questa consultazione.

Non so a voi, ma quanto sta accadendo sembra l'esatto contrario di quella perseguita democrazia che oggi, in balia di poche migliaia di persone, è certamente solo una vuota definizione. Cercare il consenso della base è sempre una cosa opportuna, anche per verificare se le decisioni prese dai vertici sono condivise oppure no. Ma subordinare un passaggio importante della democrazia parlamentare ad un giudizio che spesso è solo di pancia mette all'angolo anche solo l'idea che chi ci rappresenta deve, alla fine, muoversi nel supremo interesse dello Stato e non sotto la scure delle turbolenze di chi l' ha votato. La spettacolarizzazione della politica, fortemente voluta da Beppe Grillo, oggi presenta il conto, perché mostra per intero i limiti di un sistema che è solo populistico, nel senso peggiore del termine, perché alla base dà solo l'impressione di essere importante ed ascoltata, essendo, invece, solo un paravento per decisioni prese da pochi uomini, forse solo uno.
Per fare si che gli attivisti si convincano a dare un ok al progetto Draghi è stato tirato fuori dal cilindro l'assenso di Draghi all'istituzione di un ministero dalla misteriosa intestazione, Transizione ecologica, che, a leggerla così, incute paura, come accade quando non si capisce di cosa si stia parlando. Un ministero che potrebbe accorpare competenze oggi diverse e non sovrapponibili, come Ambiente e Sviluppo economico, dando vita ad un moloch dal potere enorme, dovendo, con ogni probabilità, gestire i fondi del Recovery plan, ovvero avere la mano sul rubinetto che erogherà centinaia di miliardi.

Va da sé che, avendone proposto l'istituzione, Grillo dia per scontato che sia un Cinque Stelle ad ottenere la guida del ministero. Una cosa che deve passare dal vaglio di Draghi, ma che induce necessariamente a qualche riflessione perché quello che è costato la poltrona di primo ministro a Giuseppe Conte - che, sul Recovery plan voleva essere come Fausto Coppi, in una durissima tappa del giro d'Italia, un uomo solo al comando - uscito dalla porta rientrerebbe dalla finestra. Per la gioia di Matteo Renzi, verrebbe da dire se si volesse scherzare in un momento drammatico come questo. Ma siamo sicuri che Draghi sarà disposto a bere dall'amaro calice che Grillo gli ha porto pur di varare un Governo? Non è scontato, anzi potrebbe essere il punto cruciale dell'ultima trattativa, quella sui nomi, sui quali Draghi è "solo" il penultimo nome. Forse è bene ricordarlo.
Il Magazine
Italia Informa - N°1 Gennaio-Febbraio 2021
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