Covid-19: lo stato di emergenza non può essere senza fine

- di: Redazione
 
Se qualcuno attiva le leve della memoria, andando agli anni in cui era bambino e, se apparteneva ad una famiglia cattolica e praticante, frequentava il catechismo, ricorderà che le tre virtù teologali sono fede, speranza e carità. Lo diciamo perché probabilmente anche i credenti dagli incrollabili principi oggi, sentendo dire ''Speranza'', hanno un piccolo moto involontario di paura, ricollegandolo al nostro ministro della Salute che continua a vestire i panni del pasdaran anti-Covid, anche quando non ce ne sarebbe realmente bisogno.

Covid: il governo pensa a una nuova proroga a quasi due anni dalla proclamazione

Negli ultimi giorni, infatti, il ministro ha fatto di tre punti i suoi capisaldi contro la pandemia che, oggettivamente, non è ancora sconfitta, anzi alimenta preoccupazioni. Andando per ordine, due dei tre punti sono accettabili, soprattutto perché riguardano aspetti squisitamente sanitari, come la decurtazione da 12 a 9 mesi del periodo di validità del green pass (vista l'evoluzione del virus e l'aggressività delle sue varianti) e l'obbligo della terza dose di vaccino per i medici e il personale medico di prima linea nella guerra alla pandemia.
Sin qui, niente da eccepire. Le dolenti note affiorano quando Speranza continua a martellare sulla necessità che si giunga alla proroga del regime dello stato di emergenza, che è il quadro entro il quale il governo può adottare misure straordinarie per il contrasto ai contagi.

Ed è qui che dissentiamo dallo Speranza-pensiero e non per un singolo motivo. Lo stato di emergenza non può andare oltre i due anni e l'ultima tranche finisce il 30 gennaio. Che dovrebbe essere un termine temporale estremo e non replicabile, perché - per definizione ed anche a rigore di logica - una condizione emergenziale non può prorogarsi all'infinito, non foss'altro solo per convincere che, a dirci quel che possiamo o non possiamo fare, è un governo ''normale'', che rispetta le scadenze, tanto per dirne una.

Un perenne stato di emergenza sarebbe il peggior modo per dire agli italiani che la pandemia non si può governare senza il ricorso a misure straordinarie, per dirla con il titolo di un vecchio film, da qui all'eternità. Ci sono poi aspetti che vengono sacrificati con troppa disinvoltura sull'altare del rigore, come i paletti che lo stato di emergenza mette alla normale tenuta di importanti eventi, come sono le assemblee societarie che, da due anni ormai, si svolgono in streaming, ledendo il sacrosanto diritto degli azionisti di assistere, in presenza, a discussioni, votazioni, adozioni di importanti decisioni.

Poi, a volerla ''buttare in politica'', le misure che non agevolano la presenza dei piccoli azionisti nelle assemblee sono un colpo alla democraticità di questo strumento di rappresentanza, di tutti e non solo di coloro che hanno in portafoglio la maggioranza dei titoli. Il piccolo azionista non ha altro momento per fare sentire la sua voce che l'assemblea che peraltro si tiene con intervalli di tempo lunghissimi. Se non gli si danno gli strumenti per parteciparvi e, quindi, onorare anche la funzione di controllo sull'operato dei vertici, il suo ruolo viene svotato, a tutto vantaggio di chi decide e che può continuare a farlo senza voci dissonanti. È questo forse un aspetto che viene poco considerato. Ma bisogna sempre ricordare la massima coniata da Gino e Michele, gli autori di Zelig: attenzione, perché anche le formiche, nel loro piccolo, s'incazzano.
Tags: covid
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