Presentato il piano, ora a Draghi tocca fare il politico

- di: Diego Minuti
 
Se, come si diceva una volta (Massimo d'Azeglio dixit), una volta fatta l'Italia bisognava fare gli italiani, ora Mario Draghi, dopo avere avere presentato il piano nazionale di ripresa e resilienza, deve fare un passo in avanti in più, smettendo le vesti dell'economista per indossare quelle del politico.
Non per vanità o per convenienza, ma solo perché altrimenti non potrebbe fare, perché è ora che arriva il difficile per il suo governo, che si basa su una maggioranza che c'è solo al momento del voto, ma che evapora, si spappola, si disintegra non appena si appalesano quei ''tatticismi di piccolo respiro'' di cui il premier ha fatto cenno (ma tanto ''cenno'' non è stato, avendo avuto il rimbombo di una cannonata nel silenzio della notte).

Ora il piano c'è, anche se i tempi con i quali è stato presentato alle forze politiche ha compresso al massimo la dinamica parlamentare - come hanno lamentato, a buona ragione, Fratelli d'Italia e Sinistra italiana - evitando nella sostanza un dibattito e dando spazio solo al dissenso d'aula.
Ma ormai sono questi i riti della democrazia parlamentare in cui possibili tranelli si sminano muovendosi tra i cunicoli dei regolamenti che, sino a quando non sono palesemente violati, restano un baluardo del governo, di quale colore esso sia.
Mario Draghi e la sua squadra hanno fatto il loro e, una volta ottenuto luce verde dal parlamento, si potranno preparare al confronto con Bruxelles che non sarà necessariamente tranquillo o dall'esito scontato, dal momento che l'Italia paga decenni di spallucce, ammiccamenti, sfottò, in gran parte meritati, ma che in alcuni casi sono stati conseguenza di una brutta nomea che ci portiamo dietro come conseguenza della politica domestica.

La nomina di Mario Draghi è servita essenzialmente a questo, dare dell'Italia un volto spendibile, anzi il migliore volto possibile, per integrità, autorevolezza e ''pedigree'' politico (assente e, quindi, già questo un bene agli occhi dell'Ue).
Ma la liturgia della politica, per chi non vi è cresciuto dentro o al margine, non è facile da metabolizzare e questo Draghi lo sta imparando sulla sua pelle, vedendo che la sua maggioranza viene condizionata non dalla ricerca del bene supremo, quello della Nazione, ma da interessi di bottega, di piccolo cabotaggio, almeno davanti all'immensità del dramma che stiamo vivendo.
Ma forse il presidente del consiglio ora dovrebbe essere un po' più sereno perché, fisiologicamente, le iniziative di Matteo Salvini - che tanto stanno irritando gli altri partner della coalizione - sono destinate a rientrare nell'alveo della normalità per il solo fatto che per il ''capitano'' sarebbe folle, ora che stanno per arrivare, non cercare di dire la sua sui miliardi dall'Ue.

Un conto è fare politica (magari per riconquistare spazi a destra, limati da Giorgia Meloni), un altro è tirare la corda sino a spezzarla quando c'è da gestire centinaia di miliardi, sui quali la Lega qualche ideuzza ce l'avrà pure. E sarebbe un controsenso, dopo avere brigato sin dal giorno dopo dalla nascita del governo Draghi, continuare anche oggi a contestare con il concreto pericolo di rompere una maggioranza di cui rischierebbe di non fare parte. Perché, numeri alla mano, la Lega non sarebbe indispensabile. Questo Salvini lo sa bene, come comprende bene che la tattica di essere il primo sostenitore del governo e, contemporaneamente, il più grande ostacolo sul suo cammino può reggere per poco, ma non in eterno.
L'apertura di una sorta di referendum on line per chiedere l'abolizione del coprifuoco - che non è certo campata in aria - ha un senso se si è fuori dal governo.
Lo sa Draghi, lo sa ancora di più Salvini.
Il Magazine
Italia Informa n° 5 - Settembre/Ottobre 2022
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