Il no alla mozione contro Speranza allarga il solco tra Lega-FI e Fratelli d'Italia

- di: Diego Minuti
 
''Centrodestra di governo'': d'ora in avanti dovremo tenere bene a mente questa definizione perché è la rappresentazione, in tre parole, della cesura tra Fratelli d'Italia, da un lato, e Lega e Forza Italia, dall'altro, che si sono chiamate appunto così, in un documento ufficiale.
Qui non è il caso di una spaccatura su un singolo oggetto (la mozione di sfiducia al ministro della Salute, Roberto Speranza, proposta da Fdi e alla quale forse nemmeno la stessa Giorgia Meloni credeva, ben consapevole che avrebbe potuto essere un punto di frizione con le altre due gambe del tavolino del centrodestra), quanto politica perché fa comprendere come, su alcuni punti non negoziabili dalle singole componenti, c'è il rischio immanente e concreto di una rottura profonda.

Come quella d'aula di ieri che potrebbe dimostrarsi ben più dolorosa di un semplice incidente di percorso, come ora qualcuno la vorrebbe accreditare per rimettere insieme i cocci della vecchia alleanza.
L'immagine che le divisioni nel centrodestra mostrano è quello di una potenziale alleanza di governo in cui a dibattersi sono anime di partiti che vedono erodersi, sia pure ancora in modo poco manifesto, la schiacciante maggioranza di consensi nel Paese che avevano sino a pochi mesi fa e che oggi è meno sicura per la linea scelta da Matteo Salvini. Il leader della Lega ha sempre in testa il potere (assaporato per una breve, a suo giudizio, stagione), ma pensa di poterlo nuovamente raggiungere indebolendo dall'interno un governo su cui ritiene di avere una golden share che altri non gli riconoscono affatto.

Anche il passo indietro indietro (o di lato, vista la richiesta di una commissione d'inchiesta, che ha politicamente un valore pari allo 'zero virgola') sulla mozione di sfiducia nei confronti di Speranza, ministro su cui ha sparato a palle incatenate per mesi, è più che una semplice (quanto espressamente richiesta da Mario Draghi) presa di responsabilità nei confronti del principio di lealtà verso il governo. È stata la misura della consapevolezza che, se fosse passata, Giorgia Meloni avrebbe incassato un successo, inequivocabile, personale e che ben difficilmente avrebbe voluto spartire con qualcuno, al di là degli appelli all'unità del centrodestra.

La corsa a due nel centrodestra che Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno ingaggiato (con Forza Italia che sembra avere altre e importanti preoccupazioni, legate ai problemi del suo sempre più ectoplasmatico presidente) sino a pochi mesi fa sembrava avere un esito scontato - con la Lega acchiappavoti -. Ma oggi, con FdI in crescita nelle intenzioni di voto, questa corsa è destinata ad indebolire l'alleanza anche perché la scelta di Fratelli d'Italia di restare fuori dal calderone dell'esecutivo Draghi ha forse dato una visibilità diversa (che, mediaticamente, potrebbe essere affinata evitando di mandare in tv solo e sempre gli stessi, in un disarmante effetto deja vu), ma non ancora la forza dei numeri. Ed il fatto che la Lega, pur di restare al governo e dire la sua sui fondi europei, abbia fatto degli imbarazzanti ghirigori politici, poco importa.

Il difficile per FdI arriva quindi ora perché, se dovesse continuare a fare una opposizione che colpisce solo alcune componenti del governo, per non tagliare gli ultimi legami con Lega e Forza Italia, l'azione di Giorgia Meloni risulterebbe poco efficace, balzando agli occhi l'evidenza di una speranza di ricompattare il centrodestra e aspirare a ''prendersi l'Italia''.
Se Meloni dovesse optare per una opposizione vera non potrà portarla avanti come ha fatto fino ad oggi (come un cecchino che ha un bersaglio e solo quello, lasciando indenni gli altri che pure sono vicini, a portata di mirino) perché non è così che si fa in politica.
Il Magazine
Italia Informa - N°2 Marzo-Aprile 2021
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