Crisi: dopo i sì, a Draghi ora tocca mettere insieme una maggioranza

- di: Diego Minuti
 
La parte più difficile del cammino che porterà Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio comincia ora, perché, dopo il quasi totale unanimismo sulla sua persona e sulla missione che gli è stata affidata da Sergio Mattarella, è arrivato il momento di fare quadrare tutto. Per assurdo che possa sembrare, i vari sì che Draghi ha incassato sono stati sulla persona e non ancora sulla formula o il programma, invertendo quello che era il cliché della "vecchia politica", quando ci si sedeva al tavolo della trattativa sapendo già cosa si andava a fare e poi decidendo a chi affidare il compito di attuare il programma.

Il "viva Draghi" ha ribaltato questo schema perché ora il presidente incaricato deve trovare il modo di coinvolgere tutti i protagonisti del suo progetto, anche quelli che oggettivamente hanno un peso infinitesimale sul futuro esecutivo.
La diplomazia, di cui Draghi ha dato prova in passato, era deve essere affinata perché anche un "no" detto però con le giuste parole può essere utile, soprattutto quando - come sta accadendo - le dichiarazioni fioccano a cadenza ravvicinata, spesso segnando una inversione, se non addirittura un repentino ed inatteso cambio di 180 gradi, rispetto al recente passato.

Draghi, quindi, dovrà spendersi al meglio delle sue capacità di mediazione per fare metabolizzare le scelte, che sono di programma, ma anche di equilibri interni e quindi di uomini (intesi, per convenzione, come componenti del futuro esecutivo, senza alcuna distinzione di genere). Bisognerà quindi capire se si sentirà più garantito, e quindi più forte, se avrà accanto, cioè al Governo, i capi dei maggiori partiti oppure, tenendoli fuori, responsabilizzandoli al massimo per evitare ripensamenti futuri con tutto quello che ne potrebbe conseguire.
Ma bisognerà anche porre la massima attenzione sui nomi dei ministri, per evitare di esporsi a critiche o mal di pancia, magari se venisse chiamato a fare parte del Governo chi è alla caccia perenne di una poltrona cercando di rinverdire vecchi quanto sbiaditi allori.

È comunque chiaro che, se mai ci sarà a breve un "dopo-Draghi", l'intero quadro della politica italiana ne sarebbe condizionato perché l'incarico all'ex presidente della BCE ha avuto l'effetto deflagrante di spaccare i partiti, tutti (forse ad eccezione di qualche piccola formazione. che vive di autoreferenzialità e niente di più) oggi alle prese con il determinarsi di fratture anche tra coloro che sino a ieri andavano a braccetto.
Non è concesso chiedere coerenza ai politici e di questo le vicende di questi giorni ne sono conferma.
Si sta assistendo a tutto: vertici della Lega, dopo avere detto di peggio ed anche di più sull'Europa, ora parlano come se ne fossero stati i Padri fondatori (l'endorsement di Borghi e Bagnai per Draghi ne è la conferma più evidente); i Cinque stelle, che avevano detto di no a Draghi nel momento del conferimento dell'incarico (per bocca di un Crimi che è stato costretto a chiudere la bocca), ora ne sono i più convinti sostenitori, dopo che Grillo ha dettato la linea pro-Governo del movimento; i democratici, combattuti sulla posizione da assumere davanti all'ingombrante presenza di Salvini & co., avrebbero anche pensato ad una formula che non li veda direttamente coinvolti pur di non sedersi allo stesso tavolo del "Capitano".

E poi c'è Giuseppe Conte che lavora per prendersi il ruolo di padre nobile dei Cinque stelle, sempre che Grillo lo voglia
. Una situazione che si potrebbe definire fluida, ma che deve passare alla fase del consolidamento. Per il solo motivo che non ci sono alternative.
Il Magazine
Italia Informa n° 5 - Settembre/Ottobre 2022
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