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Banco Bpm–Crédit Agricole: nozze e golden power

- di: Marta Giannoni
 
Banco Bpm–Crédit Agricole: nozze e golden power
Banco Bpm–Crédit Agricole: nozze e golden power

Accordo strutturato con il 25 % francese, Castagna (foto) confermato, ma il governo potrebbe fermare tutto. 

L’ipotesi di fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia non è più soltanto un’idea: è un progetto che prende corpo, fra dinamiche finanziarie, questioni istituzionali e spinte politiche. Dietro la possibile trattativa c’è molto di più di un semplice matrimonio bancario: è un tassello del futuro del sistema economico italiano.

Il piano ipotizzato: struttura, quote e asset

La bozza che circola indica che Crédit Agricole, già intorno al 20% di Banco Bpm e autorizzata a salire fino al 29,9%, si fermerebbe “sotto” il 25% per evitare l’Opa obbligatoria e attenuare il rischio politico. Banco Bpm rileverebbe il 51% di Crédit Agricole Italia (Cai), su una valutazione nell’ordine di 6 miliardi, corrispondendo un mix di contropartite: azioni Anima, azioni Agos Ducato e una quota di capitale proprio. In parallelo, le fondazioni acquisirebbero una fetta di Cai a fronte di azioni Banco Bpm, rafforzando il patto degli enti previdenziali a circa l’11%, come contrappeso alla presenza francese.

Gli ostacoli politici e regolamentari

Il primo nodo è il golden power, lo strumento con cui l’esecutivo può imporre condizioni o bloccare operazioni giudicate strategiche. La sensibilità è elevata: lo spostamento dell’asse di controllo verso un gruppo estero sulla terza banca del Paese è dossier politico prima ancora che industriale. All’interno della maggioranza non emerge una linea unica e l’uso dei poteri speciali resta sul tavolo. Inoltre, resteranno determinanti gli indirizzi di Bce e Antitrust europeo, potenzialmente con remedies su singoli business o territori.

Le ragioni industriali ed economiche

I sostenitori del progetto sottolineano la complementarità delle reti, le sinergie su credito al consumo, bancassurance e gestione del risparmio, oltre ai benefici di scala su tecnologia e regolazione. In un’Europa che spinge al consolidamento bancario, la dimensione conta: un operatore più grande e diversificato può assorbire meglio i costi di compliance, stabilizzare la redditività e sostenere un piano industriale più ambizioso.

I rischi da presidiare

Gli scettici mettono in guardia da un potenziale blocco politico, da possibili frizioni di governance e da una percezione pubblica sensibile al tema del controllo straniero sui grandi intermediari. Restano possibili vincoli regolamentari che riducano il perimetro economico dell’operazione, incidendo sulla creazione di valore attesa.

Le voci dei protagonisti

Per Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, *“potrebbe essere un bene per l’economia italiana”* ed è *“l’opzione più evidente”* alla luce dei legami azionari e industriali tra i due gruppi. Jérôme Grivet, numero due di Crédit Agricole, ha evocato *“diversi scenari possibili”* nel rapporto fra gli istituti. Le posizioni politiche, invece, restano in evoluzione e legate alle garanzie su credito all’economia reale, presidio dei territori e centri decisionali in Italia.

Tempi e prossime mosse

L’architettura finanziaria appare già delineata, con advisor attivi per entrambe le parti. La finestra di annuncio dipenderà dall’esito dei confronti con il governo sul golden power e dai passaggi con le autorità europee. In caso di semaforo verde, l’integrazione aprirebbe un cantiere su governance, sinergie e remodeling delle partecipazioni (Anima, Agos, reti), con impatti su clienti, azionisti e territori.

Il punto

Se andasse in porto, la combinazione Banco Bpm–Crédit Agricole Italia non sarebbe solo un’operazione societaria: sarebbe un test di politica industriale e di apertura agli investimenti, in cui l’Italia bilancia attrazione di capitali e tutela degli interessi nazionali. Il verdetto, più che nei conti, si giocherà nella dialettica tra politica, vigilanza e mercato.

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