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Lo Stato imprenditore torna protagonista nei mercati globali

- di: Bruno Legni
 
Lo Stato imprenditore torna protagonista nei mercati globali

Cresce il peso delle partecipate in Borsa. In Italia il Mef vale 90 miliardi. È la riscossa del nuovo statalismo, tra spinte geopolitiche e piani industriali pubblici.

(Foto: la sede del Ministero dell'Economia e delle Finanze).

Il ritorno dello Stato: più azionista che regolatore

C’era una volta il mantra del “meno Stato, più mercato”. Oggi lo scenario è rovesciato: il nuovo statalismo avanza senza esitazioni, dalla Cina agli Stati Uniti, passando per un’Europa sempre più interventista. L’Italia non fa eccezione. Anzi: nel primo semestre 2025 le società partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno guadagnato in Borsa oltre 42 miliardi di euro, portando la capitalizzazione complessiva a 263,5 miliardi. Di questi, quasi 90 miliardi rappresentano il valore teorico della quota pubblica.

Una tendenza che non è solo italiana. Dalla transizione energetica alla sicurezza tecnologica, dal reshoring industriale alle nuove infrastrutture strategiche, lo Stato torna ad essere attore centrale. Spesso con una missione dichiarata: *“guidare la transizione in settori ad alta intensità di capitale e ridurre la dipendenza da Paesi ritenuti ostili o inaffidabili”*.

Italia: un semestre da record per le partecipate

Il dato più eloquente riguarda Fincantieri, cresciuta in sei mesi del 129,5%. Un’impennata legata alla strategia del nuovo amministratore delegato, che ha puntato su cantieristica militare, underwater e export. Seguono Leonardo (+77,6%), spinta dalla domanda globale di difesa; Poste Italiane (+33,7%) e Italgas (+33,6%), che cavalcano trasformazioni tecnologiche e transizione green. Bene anche Snam (+20%) ed Enel (+19,3%).

Enel resta la regina del listino tra le partecipate, con 83,4 miliardi di capitalizzazione, pari a oltre il 9% di Piazza Affari. La seguono Eni (43,4 miliardi), Leonardo (26,6), e Poste (23,7). Le 13 partecipate quotate rappresentano oggi il 28,5% del listino italiano, in crescita del 19,1% da inizio anno. Lo Stato si rafforza non per decreto, ma per performance di mercato.

Dietro la spinta: difesa, energia, innovazione

Il boom delle partecipate riflette anche scelte di politica industriale. In Italia come altrove, l’intervento pubblico si concentra su settori ad alto impatto strategico: difesa, energia, reti, logistica, semiconduttori. Un esempio emblematico è Leonardo, la cui capitalizzazione è raddoppiata in due anni, grazie a commesse Nato, crescita dell’elettronica e sviluppo dei droni.

Anche Enel e Snam beneficiano delle linee guida Ue su rinnovabili e idrogeno. *“Il ruolo dello Stato in questi ambiti non è più solo quello del regolatore, ma di azionista attivo che indirizza e stimola”*.

L’onda lunga del nuovo statalismo globale

La dinamica italiana si inserisce in un contesto internazionale ben più ampio. In Cina, la nuova leadership ha potenziato il ruolo delle imprese pubbliche nei settori tecnologici e infrastrutturali. Negli Stati Uniti, il protezionismo è tornato a essere la leva principale: il governo ha di fatto *“commissariato”* aziende critiche attraverso sussidi, vincoli e interventi federali.

Anche in Francia e Germania lo Stato torna protagonista: Parigi ha rafforzato il controllo su EDF e Air France, Berlino su Siemens Energy e Volkswagen. In sintesi: non è un revival ideologico, ma una risposta pragmatica a una competizione sempre più dura.

Più Stato non vuol dire meno mercato

Il nuovo statalismo, però, non è quello degli anni Settanta. Niente carrozzoni, niente aziende decotte. La logica è diversa: investimenti mirati, missioni strategiche, governance rinnovate. L’obiettivo non è sostituire il mercato, ma indirizzarlo.

*“Oggi lo Stato imprenditore serve a ridurre il rischio sistemico in settori chiave, mantenendo nel contempo una gestione industriale efficiente”*. Il caso italiano lo conferma: molte partecipate sono cresciute anche grazie al management selezionato dopo il rinnovo 2023-24, con profili di alto livello e piani industriali chiari.

Le ombre: governance, debito e rischi politici

Ma il ritorno dello Stato porta anche rischi. Primo fra tutti: la politicizzazione delle scelte. Ogni cambio di governo rischia di stravolgere gli equilibri interni alle società.

C'è poi il tema del debito pubblico: un’eccessiva esposizione come azionista può spingere a influenzare dividendi o investimenti per esigenze di bilancio. Inoltre, la concentrazione di potere può indebolire la concorrenza. *“Il pericolo è che, in nome dell’interesse nazionale, si creino oligopoli protetti e si penalizzi l’innovazione”*.

La scommessa italiana: partecipate come leva strategica

L’Italia oggi gioca una partita delicata. Da un lato, le partecipate sono un asset strategico fondamentale: generano dividendi, occupazione, innovazione. Dall’altro, serve vigilanza costante su trasparenza, governance e concorrenza.

In questo contesto, il Ministero dell’Economia ha annunciato una revisione della Strategia per le partecipazioni pubbliche entro l’autunno, con l’obiettivo di *“rafforzare l’efficienza, l’indipendenza gestionale e la sostenibilità a lungo termine”*.

Una mossa che sarà osservata con attenzione anche dagli investitori, italiani e internazionali, che vedono nello Stato non più (solo) un peso, ma un partner industriale credibile. Se saprà restare tale.

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