Dal taglio di 14.000 posti al record in Borsa: l’intelligenza artificiale ridisegna il potere tecnologico e spinge l’economia verso una nuova frontiera.
La febbre dell’intelligenza artificiale non conosce tregua. In pochi giorni Amazon, OpenAI e Nvidia hanno segnato tre mosse destinate a cambiare gli equilibri del potere tecnologico mondiale. C’è chi taglia, chi si riorganizza, chi corre a Wall Street: ma il filo rosso è uno solo — l’AI come motore di profitto e al tempo stesso detonatore di un terremoto sociale nel mondo del lavoro.
Amazon licenzia 14.000 colletti bianchi per “snellire” la struttura
Amazon ha annunciato il licenziamento di 14.000 dipendenti tra i colletti bianchi, una delle più ampie riduzioni della sua storia. La decisione, spiegano i vertici, mira a rendere la società «meno burocratica e più agile» e a liberare risorse per investire in modo massiccio nell’intelligenza artificiale. «Molti si chiederanno perché tagliamo in un momento di risultati positivi» — ha dichiarato Beth Galetti, responsabile delle risorse umane del gruppo — «ma il mondo sta cambiando rapidamente e l’AI rappresenta la tecnologia più rivoluzionaria dai tempi di Internet».
Secondo analisti interni, questo è solo l’inizio di un piano più ampio da 30.000 esuberi complessivi, che potrebbe concretizzarsi nel 2026. È la logica della nuova era digitale: ridurre le funzioni intermedie e destinare capitali al software, dove l’automazione promette margini più elevati e meno costi umani.
L’amministratore delegato Andy Jassy lo aveva anticipato mesi fa: l’AI cambierà «profondamente la nostra forza lavoro». E non è un caso isolato. UPS, Salesforce e Microsoft hanno intrapreso strategie simili. In particolare, UPS ha già eliminato oltre 48.000 posizioni dall’inizio dell’anno, mentre Goldman Sachs avrebbe avvertito i propri dipendenti di possibili tagli in arrivo. L’intelligenza artificiale, insomma, sta diventando il nuovo parametro di efficienza aziendale, ma anche il principale fattore di riduzione occupazionale.
OpenAI si trasforma in società a scopo di lucro
Nel frattempo, OpenAI — la creatura di Sam Altman — ha completato la sua ristrutturazione societaria. Dopo mesi di tensioni e trattative, nasce ufficialmente OpenAI Group Pbc, una public benefit company a scopo di lucro controllata al 27% da Microsoft e al 26% dalla fondazione no profit che l’aveva creata nel 2015. L’obiettivo è chiaro: attirare capitali per finanziare la corsa verso una nuova generazione di modelli linguistici sempre più sofisticati e costosi.
La trasformazione è un segnale forte: l’AI non è più un laboratorio di ricerca, ma una fabbrica industriale di valore. Gli investitori l’hanno capita al volo. La valutazione di Microsoft ha superato i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, una cifra che fino a pochi mesi fa sembrava irraggiungibile perfino per Apple. La scommessa è che la prossima ondata di profitti arriverà proprio dai sistemi di intelligenza artificiale generativa, integrati in ogni prodotto e servizio.
Sam Altman ha spiegato che la scelta è stata «inevitabile» per sostenere il ritmo degli investimenti: «Lo sviluppo dell’AI richiede risorse enormi. Nessuna fondazione può reggere da sola un simile impegno». In altre parole, la frontiera dell’etica cede il passo alla sostenibilità economica.
Nvidia, la locomotiva dell’AI, vola in Borsa e guarda all’Asia
Se Amazon taglia e OpenAI cambia pelle, Nvidia corre. Il colosso dei chip per l’intelligenza artificiale ha sfondato i 4.750 miliardi di dollari di capitalizzazione e si conferma la società più forte del pianeta nel settore. In parallelo, ha annunciato un investimento azionario da 1 miliardo di dollari in Nokia e sta definendo nuovi contratti con Samsung e Hyundai, con l’obiettivo di rafforzare la propria presenza in Asia, al di là delle restrizioni imposte dallo scontro tecnologico tra Washington e Pechino.
Una mossa che segna un cambio di strategia: l’azienda di Jensen Huang vuole costruire un’alleanza industriale globale capace di ridurre la dipendenza dal mercato cinese, mantenendo però l’Asia come centro produttivo e di innovazione. Non a caso, la domanda di chip per AI continua a esplodere e i margini di Nvidia restano tra i più alti della storia dell’hi-tech.
L’altra faccia della corsa: l’impatto sociale dell’AI
Dietro i numeri scintillanti, c’è un costo umano che inizia a emergere. Corporate America sta licenziando decine di migliaia di persone, spesso in ruoli altamente qualificati, per sostituirli con algoritmi capaci di automatizzare analisi, logistica, contabilità e persino funzioni manageriali. La logica è la stessa che aveva accompagnato la prima rivoluzione industriale, ma oggi l’impatto è più rapido e globale.
In un recente intervento, l’economista Daron Acemoglu ha ammonito: «Senza una strategia di redistribuzione e riqualificazione, l’AI rischia di allargare le disuguaglianze invece di ridurle». È il nuovo paradosso del progresso: più intelligenza artificiale, ma meno lavoro umano qualificato.
In Europa, il tema entra nel dibattito politico. La Commissione europea sta studiando un Piano per la transizione equa che prevede fondi specifici per la riqualificazione dei lavoratori colpiti dall’automazione. In Italia, il governo valuta misure di incentivo alla formazione digitale, ma le politiche restano ancora frammentarie rispetto alla velocità del cambiamento.
La febbre dell’AI come specchio del nostro tempo
Le tre mosse di Amazon, OpenAI e Nvidia raccontano in poche settimane ciò che sta accadendo al sistema economico globale. Le aziende inseguono l’intelligenza artificiale come un nuovo Eldorado, ma ogni passo avanti porta con sé la domanda più scomoda: a quale prezzo umano?
Il futuro del lavoro non dipenderà solo dai chip o dagli algoritmi, ma dalla capacità di governi e imprese di gestire la transizione. Se la tecnologia continuerà a correre senza un’etica condivisa, la febbre dell’AI rischia di trasformarsi in febbre sociale. Per ora, i mercati applaudono. Ma nelle retrovie del progresso, milioni di lavoratori attendono di capire se il loro posto sarà ancora necessario domani.